Truppe cammellate
L’arrivo delle forze pro Mubarak alza il livello dello scontro in piazza
Nel nono giorno le manifestazioni di piazza Tahrir hanno fatto il salto di qualità e sono diventate scontri in campo aperto. Alla marcia compatta dei manifestanti contro il presidente, Hosni Mubarak, si è opposta ieri una forza che avanzava minacciosamente cantando slogan opposti a quelli di chi vuole che Mubarak esca per sempre dalla vita dell’Egitto. “Non se ne andrà”, cantavano le migliaia di attivisti della controriforma egiziana, scesi in piazza con bandiere, cartelli e voglia di menare le mani.

Nel nono giorno le manifestazioni di piazza Tahrir hanno fatto il salto di qualità e sono diventate scontri in campo aperto. Alla marcia compatta dei manifestanti contro il presidente, Hosni Mubarak, si è opposta ieri una forza che avanzava minacciosamente cantando slogan opposti a quelli di chi vuole che Mubarak esca per sempre dalla vita dell’Egitto. “Non se ne andrà”, cantavano le migliaia di attivisti della controriforma egiziana, scesi in piazza con bandiere, cartelli e voglia di menare le mani. Il New York Times scrive che gli animatori della contromanifestazione offrivano denaro alla gente in piazza per portare un cartello con il volto del presidente: 50 sterline a immagine, poco più di sei euro, prezzo troppo basso anche per la disperazione della piazza.
Gli eserciti civili si sono schierati e dalla sassaiola si è passati in fretta a un tumultuoso corpo a corpo sedato in qualche maniera dall’arrivo cinematografico di manifestanti a cavallo e dalla sfilata maestosa dei partigiani governativi in groppa ai cammelli. Migliaia di voci in piazza Tahrir dicono all’unisono che sono poliziotti in borghese mandati non solo in missione punitiva ma per convincere il mondo ad accettare la dipartita a settembre di Mubarak, il compromesso proposto dal rais per una transizione controllata. Il rinnovo del governo egiziano deve essere “immediato”, dicono da Washington, e alla fermezza del presidente americano, Barack Obama, e della comunità internazionale, la fazione governativa risponde con un’iniziativa uguale e contraria a quella che in poco più di una settimana l’ha messo in ginocchio. La cosa scivola in fretta alle vie di fatto.
Gli eserciti civili si sono schierati e dalla sassaiola si è passati in fretta a un tumultuoso corpo a corpo sedato in qualche maniera dall’arrivo cinematografico di manifestanti a cavallo e dalla sfilata maestosa dei partigiani governativi in groppa ai cammelli. Migliaia di voci in piazza Tahrir dicono all’unisono che sono poliziotti in borghese mandati non solo in missione punitiva ma per convincere il mondo ad accettare la dipartita a settembre di Mubarak, il compromesso proposto dal rais per una transizione controllata. Il rinnovo del governo egiziano deve essere “immediato”, dicono da Washington, e alla fermezza del presidente americano, Barack Obama, e della comunità internazionale, la fazione governativa risponde con un’iniziativa uguale e contraria a quella che in poco più di una settimana l’ha messo in ginocchio. La cosa scivola in fretta alle vie di fatto.
Ieri, oltre a una sassaiola incessante e alle bastonate, sono arrivate le molotov lanciate dai tetti: per la tv di stato sono i Fratelli musulmani, per al Jazeera gli attivisti di Mubarak; l’interno è comunque dividere e disperdere la piazza. Nel tumulto del nono giorno una voluta di fumo si è sollevata dal museo egizio preso di mira, segno di una protesta che ha innescato la marcia superiore. Inoltre, la piazza pro Mubarak, probabilmente telecomandata dall’alto, ha scelto il colpo minaccioso della marcia equestre e cammellata, sprezzante degli appelli dell’esercito perché i manifestanti “tornassero a casa” e l’Egitto potesse tornare a qualcosa di simile a una vita normale. E in piazza Tahrir è partita la caccia a giornalisti e fotografi, perché si sappia in giro il meno possibile quanto è stato violento il nono giorno.