Il guelfo non fuggiasco

Sono più di tre anni che il cardinale Camillo Ruini ha lasciato la guida della chiesa italiana; sono più di due anni che la chiesa italiana si arrovella alla ricerca di una risposta all’appello di Benedetto XVI circa la necessità “di una nuova generazione di laici cristiani” in politica. Il tempo trascorso ha mostrato, quantomeno, che una chiesa capace di un impegno “storicamente efficace e al contempo davvero orientato in senso cristiano e cattolico” necessita non solo di buone intenzioni, ma anche di un pensiero forte.
6 DIC 10
Ultimo aggiornamento: 06:55 | 13 AGO 20
Immagine di Il guelfo non fuggiasco
Un pensiero politico – spesso si è rimproverato a Ruini di essere un “segretario politico” – ma innanzitutto ecclesiale. Il cardinale emerito ha approfittato del discorso conclusivo del X Forum del Progetto culturale, dedicato ai 150 anni dell’Unità d’Italia, per calare nel contesto della situazione italiana alcuni suoi pensieri forti, appena attenuati dall’avvertenza di “opinione puramente personale”. Ha affermato che “un contributo al funzionamento del nostro sistema politico potrebbe venire da un rafforzamento istituzionale dell’esecutivo” e che è importante mantenere “un sistema elettorale di tipo maggioritario”. Ha detto che il federalismo “corrisponde alla ricchezza pluriforme della realtà storica, sociale e civile italiana”, purché “bilanciato con una più sicura funzionalità del governo centrale”. Non propriamente una benedizione delle aspirazioni neocentriste e terzopoliste alla moda, e che piaciucchiano a parte della gerarchia.
Ma la vera chiave della sua visione sta altrove. Ruini ha scomodato, sulla scorta dell’intervento del rettore della Cattolica Lorenzo Ornaghi, una parola che nel mondo ecclesiale non è propriamente di moda. Ha detto che questa è l’ora in cui i cattolici devono essere “anche decisamente ‘guelfi’, con ciò che comporta affermare l’idea e la realtà di italianità quale dato storico (insieme culturale e popolare) di cui gli essenziali e più duraturi elementi sono religiosi, cattolici”. In questo, ha spiegato Ruini, c’è “la convinzione che essere veramente, e vorrei dire semplicemente, cattolici è la premessa ineludibile per un impegno che sia storicamente efficace e al contempo davvero orientato in senso cristiano e cattolico”. E a questo fine, ha aggiunto, “nella situazione attuale bisogna saper reagire a quella ‘secolarizzazione interna’ che insidia i cattolici e la stessa chiesa”.
Una visione non certo solamente politica o tatticista. Ma radicata su una solida concezione ecclesiale. Anche la chiesa, infatti, al suo interno rischia di smarrirsi e di non trovarsi più. Ruini lo ha spiegato – in un passaggio cruciale sfuggito ai cronisti politici – citando il suo “antico maestro” di teologia, Bernard Lonergan. Questi, già decenni fa, parlava di una crisi culturale che si riverbera sulla teologia e da lì sui modi di vivere la fede. Da questa crisi, profetizzava, sarebbe nata “una destra compatta, decisa a vivere in un mondo che non esiste più” e “una sinistra sparpagliata, affascinata ora da questo ora da quel nuovo sviluppo”. Di qui la necessità – stavolta non politica ma ecclesiologica – secondo il cardinale di prendere la direzione che abbia “familiarità tanto col vecchio quanto col nuovo, sufficientemente solerte da elaborare uno per uno i passaggi che vanno eseguiti, sufficientemente forte per rifiutare le mezze misure e puntare su soluzioni complete, anche se occorre aspettare”. Un centro che non rinneghi il passato ma lo sappia rinnovare nel presente, senza cedimenti ma anche senza chiusure.