Ecco il piano in cinque punti del Mossad per fermare l’Iran
Dai documenti diffusi da Wikileaks è emersa la strategia in cinque punti con cui Washington e Gerusalemme affrontano le ambizioni nucleari iraniane. L’autore del piano è Meir Dagan, il capo del Mossad, che nel 2007 incontra il sottosegretario di stato americano Nick Burns per un briefing il cui verbale finisce poi tra le decine di migliaia di documenti segreti del dipartimento di stato pubblicati dal sito di Julian Assange.

Dai documenti diffusi da Wikileaks è emersa la strategia in cinque punti con cui Washington e Gerusalemme affrontano le ambizioni nucleari iraniane. L’autore del piano è Meir Dagan, il capo del Mossad, che nel 2007 incontra il sottosegretario di stato americano Nick Burns per un briefing il cui verbale finisce poi tra le decine di migliaia di documenti segreti del dipartimento di stato pubblicati dal sito di Julian Assange.
Due dei pilastri di Dagan sono strettamente politici: fare pressione su Teheran, trascinando l’Iran davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu, e inasprire le sanzioni. Israele non crede che la diplomazia basti a risolvere la questione, ma il capo dello spionaggio israeliano si dice soddisfatto per gli effetti delle sanzioni, spiegando che le misure della comunità internazionale stanno danneggiando soprattutto il settore finanziario, con tre banche iraniane sull’orlo del collasso.
Con gli altri tre punti del piano Dagan si entra direttamente nel raggio d’azione dello 007 che la stampa araba ha soprannominato “il Superman dello stato ebraico” per i numerosi successi d’intelligence che hanno ridato lustro al Mossad. Le spie di tutto il mondo devono essere mobilitate nella controproliferazione, per impedire che conoscenze e tecnologie nucleari raggiungano l’Iran. Inoltre, dice Dagan, bisogna appoggiare il movimento degli studenti e le minoranze oppresse (curdi, azeri e beluci) per favorire la caduta del regime degli ayatollah. Infine, ci sono le “covert measures”, le operazioni clandestine su territorio iraniano per sabotare il programma nucleare e indebolirne le difese. Prudentemente Dagan si ferma qui, e il verbale riporta soltanto che i due interlocutori decidono di non discutere questo punto di fronte agli altri diplomatici presenti. Tuttavia, da quell’incontro del 2007, le possibili tracce di queste attività si moltiplicano: dal virus Stuxnet che quest’estate ha bloccato i computer degli impianti di Bushehr e Natanz agli agguati di lunedì in cui uno scienziato coinvolto nel programma nucleare è rimasto ucciso mentre un secondo è stato ferito. Intanto proseguono anche le attività sul fronte diplomatico. Dopo un anno senza trattative, l’Iran tornerà al tavolo dei negoziati la prossima settimana per un incontro a Ginevra con i “sei”, il gruppo di paesi, inclusi Stati Uniti e Russia, che si occupa del dossier nucleare.
Dai documenti di Wikileaks, appare chiaro che all’epoca dell’incontro Dagan-Burns Israele considerava il 2010 come un anno chiave sul fronte iraniano. Nel 2009, il ministro della Difesa Ehud Barak ha definito l’anno che ora sta per chiudersi come l’ultimo momento utile per colpire gli impianti iraniani prima che ogni attacco militare diventi impossibile per l’alto numero di vittime che provocherebbe. Con il 2011 alle porte, è possibile che l’Amministrazione Obama abbia permesso a questa finestra di chiudersi, malgrado, come dimostrano i file pubblicati da Wikileaks, l’intero mondo arabo abbia chiesto a gran voce agli americani di agire con la forza.
Ma c’è un’altra lettura, che emerge dalle parole di Dagan a Burns nel 2007. Per due volte, il capo del Mossad spiega che i suoi cinque pilastri non fermeranno Teheran, ma che il suo scopo è ritardare la corsa verso l’atomica in attesa che cada il regime di Mahmoud Ahmadinejad e che “l’Iran diventi un paese normale”. Forse Dagan, che dopo un mandato di otto anni sta per lasciare la guida del Mossad al suo vice Tamir Pardo, ha compiuto la sua missione. Forse, in questi anni di lavoro silenzioso, lontano dai media, “Superman” ha regalato al mondo del tempo prezioso.
Due dei pilastri di Dagan sono strettamente politici: fare pressione su Teheran, trascinando l’Iran davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu, e inasprire le sanzioni. Israele non crede che la diplomazia basti a risolvere la questione, ma il capo dello spionaggio israeliano si dice soddisfatto per gli effetti delle sanzioni, spiegando che le misure della comunità internazionale stanno danneggiando soprattutto il settore finanziario, con tre banche iraniane sull’orlo del collasso.
Con gli altri tre punti del piano Dagan si entra direttamente nel raggio d’azione dello 007 che la stampa araba ha soprannominato “il Superman dello stato ebraico” per i numerosi successi d’intelligence che hanno ridato lustro al Mossad. Le spie di tutto il mondo devono essere mobilitate nella controproliferazione, per impedire che conoscenze e tecnologie nucleari raggiungano l’Iran. Inoltre, dice Dagan, bisogna appoggiare il movimento degli studenti e le minoranze oppresse (curdi, azeri e beluci) per favorire la caduta del regime degli ayatollah. Infine, ci sono le “covert measures”, le operazioni clandestine su territorio iraniano per sabotare il programma nucleare e indebolirne le difese. Prudentemente Dagan si ferma qui, e il verbale riporta soltanto che i due interlocutori decidono di non discutere questo punto di fronte agli altri diplomatici presenti. Tuttavia, da quell’incontro del 2007, le possibili tracce di queste attività si moltiplicano: dal virus Stuxnet che quest’estate ha bloccato i computer degli impianti di Bushehr e Natanz agli agguati di lunedì in cui uno scienziato coinvolto nel programma nucleare è rimasto ucciso mentre un secondo è stato ferito. Intanto proseguono anche le attività sul fronte diplomatico. Dopo un anno senza trattative, l’Iran tornerà al tavolo dei negoziati la prossima settimana per un incontro a Ginevra con i “sei”, il gruppo di paesi, inclusi Stati Uniti e Russia, che si occupa del dossier nucleare.
Dai documenti di Wikileaks, appare chiaro che all’epoca dell’incontro Dagan-Burns Israele considerava il 2010 come un anno chiave sul fronte iraniano. Nel 2009, il ministro della Difesa Ehud Barak ha definito l’anno che ora sta per chiudersi come l’ultimo momento utile per colpire gli impianti iraniani prima che ogni attacco militare diventi impossibile per l’alto numero di vittime che provocherebbe. Con il 2011 alle porte, è possibile che l’Amministrazione Obama abbia permesso a questa finestra di chiudersi, malgrado, come dimostrano i file pubblicati da Wikileaks, l’intero mondo arabo abbia chiesto a gran voce agli americani di agire con la forza.
Ma c’è un’altra lettura, che emerge dalle parole di Dagan a Burns nel 2007. Per due volte, il capo del Mossad spiega che i suoi cinque pilastri non fermeranno Teheran, ma che il suo scopo è ritardare la corsa verso l’atomica in attesa che cada il regime di Mahmoud Ahmadinejad e che “l’Iran diventi un paese normale”. Forse Dagan, che dopo un mandato di otto anni sta per lasciare la guida del Mossad al suo vice Tamir Pardo, ha compiuto la sua missione. Forse, in questi anni di lavoro silenzioso, lontano dai media, “Superman” ha regalato al mondo del tempo prezioso.