La breccia, la chiesa e la riconciliazione

La celebrazione dell’anniversario di Porta Pia, tappa fondamentale dell’Unità d’Italia, ha suscitato interesse (e polemiche) per la presenza del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di stato vaticano. Paradossalmente, però, l’atteggiamento più fermamente convinto della saldezza dell’unità nazionale è stato proprio quello del rappresentante di uno stato “estero”, erede storico di quello che a Porta Pia era stato sconfitto. Giorgio Napolitano, che di quell’unità è espressione istituzionale e, per così dire, fisica, ha sottolineato il ruolo finalmente condiviso di Roma capitale.
20 SET 10
Ultimo aggiornamento: 07:50 | 10 AGO 20
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La celebrazione dell’anniversario di Porta Pia, tappa fondamentale dell’Unità d’Italia, ha suscitato interesse (e polemiche) per la presenza del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di stato vaticano. Paradossalmente, però, l’atteggiamento più fermamente convinto della saldezza dell’unità nazionale è stato proprio quello del rappresentante di uno stato “estero”, erede storico di quello che a Porta Pia era stato sconfitto. Giorgio Napolitano, che di quell’unità è espressione istituzionale e, per così dire, fisica, ha sottolineato il ruolo finalmente condiviso di Roma capitale. Paradossalmente è proprio dai ragionamenti degli italiani che traspare la maggiore preoccupazione per i fenomeni di disgregazione cui l’Italia è sottoposta (come molti paesi europei, alcuni come il Belgio o la Spagna in forma anche più cauta).
L’unità risorgimentale, caratterizzata anche dall’ostilità (reciproca) con la chiesa, escluse anche per questa ragione le masse contadine largamente maggioritarie, reggendosi così su una rappresentanza ristretta. Quando si trattò di gestire i movimenti di massa, il sistema politico ristretto saltò e si arrivò all’abolizione delle libertà statutarie. L’autoritarismo fascista, con il suo tentativo di nazionalizzazione delle masse, condusse alla fine a un’altra lacerazione dell’unità nazionale. Nel Dopoguerra l’Italia patì più di altri paesi la Guerra fredda, il che ha creato una sorta di confine ideologico interno, che si cerca ora di perpetuare, una volta finiti i condizionamenti internazionali, nella demonizzazione reciproca dei due poli che dovrebbero competere per l’alternanza.
La costante debolezza dei governi italiani ha reso assai ardua l’opera di unificazione economica e sociale, che infatti segna tuttora una distanza rilevante tra il mezzogiorno e il resto d’Italia. Anche l’unificazione culturale, che pure ha fatto passi importanti con la scuola di massa e l’acquisizione generalizzata della lingua nazionale grazie alla radio e poi alla televisione, mostra limiti e contraddizioni, nella costante oscillazione tra la retorica paterna di origine carducciana e l’impeto estetizzante e superomistico di origine dannunziana. Fortunatamente ci sono gli italiani a fare l’Italia, contrariamente a quel che pensava Massimo D’Azeglio che riteneva che fosse l’Italia appena fatta a doverli fare. Che poi il riconoscimento del ruolo centrale del popolo nella vita della nazione venga definito populismo è solo uno dei tanti vezzi autoreferenziali dei nostri ceti intellettuali.