La Padania non è un’opinione
Com’è noto, il principe di Metternich definì nel corso del Congresso di Vienna l’Italia come una “espressione geografica”, pensando con ciò di negare alla radice qualsiasi consistenza politica alla questione nazionale italiana. Ora Gianfranco Fini declassa la Padania a espediente propagandistico, “la Padania non esiste”, ma forse anche il presidente della Camera ed ex leader di Alleanza nazionale si rende conto che non è possibile liquidare una questione settentrionale.

Com’è noto, il principe di Metternich definì nel corso del Congresso di Vienna l’Italia come una “espressione geografica”, pensando con ciò di negare alla radice qualsiasi consistenza politica alla questione nazionale italiana. Ora Gianfranco Fini declassa la Padania a espediente propagandistico, “la Padania non esiste”, ma forse anche il presidente della Camera ed ex leader di Alleanza nazionale si rende conto che non è possibile liquidare in questo modo tanto semplicistico una questione settentrionale che ha, invece, concrete basi sociali e culturali, oltre a una vivace ed efficace rappresentanza politica. E’ vero, certo, che l’Italia non è assimilabile al Belgio, perché non è attraversata da una barriera linguistica che tende a diventare identitaria. La lingua di Alighieri e Manzoni è diventata la lingua scritta degli italiani, che poi la radio e la televisione, oltre alla scuola, hanno fatto diventare lingua parlata. Ma l’unità linguistica, che in sostanza garantisce contro il radicamento a livello popolare di tendenze secessionistiche, non ha impedito che si formasse nel nord del paese un blocco sociale, economico e culturale in antagonismo con lo stato centralista.
I grandi partiti nazionali della Prima Repubblica non seppero dare risposte all’esigenza – molto sentita nell’area economicamente più sviluppata e socialmente modernizzata del paese – di liberarsi di lacci e vincoli burocratici e autoritari, prima ancora che meramente fiscali. Dc e Pci si opposero strenuamente, finché poterono, alla nascita di nuove articolazioni, rappresentate nella finanza dai fondi di investimento, nella comunicazione dalle emittenti private, nel mercato del lavoro dalle agenzie di collocamento non statali. Il Psi di Bettino Craxi intuì la forza della domanda di innovazione che veniva dal nord, ma la “Grande riforma” con cui puntava a fornirvi una risposta finì schiacciata nella tenaglia cattocomunista conservatrice. E’ in questa opposizione al monopolio statale dell’attività creditizia, della comunicazione e del collocamento che si è invece saldato, negli anni, un blocco settentrionale che rivendicava libertà “europee”. Lo sgretolamento dei partiti nazionali di governo sotto l’attacco giudiziario (gradito in una prima fase al nord come abolizione di una specie di “tassa” pagata alla partitocrazia centralista, “Roma ladrona”) nelle regioni settentrionali creò lo spazio per un’alternativa moderata di stampo liberista, mentre nel centro-sud a contrastare la sinistra si rafforzò la destra nazionale.
Il cemento politico del blocco settentrionale – formato non solo dai padani “immaginari” della Lega, ma anche dall’elettorato antropologicamente berlusconiano – appare assai resistente, tanto che i tentativi di riscossa messi in atto dalla sinistra nelle sue successive forme partitiche si sono scontrati con un muro difficile da scalfire. Al contrario, comincia ad apparire penetrabile la frontiera del Po, sotto la quale è accampato il potere appenninico della sinistra, e anche buona parte dell’elettorato di Fini. Che tutto ciò sia solo l’effetto dell’azzeccata iniziativa propagandistica che ha inventato la Padania, è davvero poco credibile. E ha piuttosto il sapore, in bocca a Fini, di una resa politica. Le condizioni dell’unità nazionale risiedono oggi in uno sviluppo quanto più possibile armonico delle capacità di autogoverno dei diversi territori, non in una negazione apodittica della specificità settentrionale, le cui radici sono invece assai ramificate e robuste.
I grandi partiti nazionali della Prima Repubblica non seppero dare risposte all’esigenza – molto sentita nell’area economicamente più sviluppata e socialmente modernizzata del paese – di liberarsi di lacci e vincoli burocratici e autoritari, prima ancora che meramente fiscali. Dc e Pci si opposero strenuamente, finché poterono, alla nascita di nuove articolazioni, rappresentate nella finanza dai fondi di investimento, nella comunicazione dalle emittenti private, nel mercato del lavoro dalle agenzie di collocamento non statali. Il Psi di Bettino Craxi intuì la forza della domanda di innovazione che veniva dal nord, ma la “Grande riforma” con cui puntava a fornirvi una risposta finì schiacciata nella tenaglia cattocomunista conservatrice. E’ in questa opposizione al monopolio statale dell’attività creditizia, della comunicazione e del collocamento che si è invece saldato, negli anni, un blocco settentrionale che rivendicava libertà “europee”. Lo sgretolamento dei partiti nazionali di governo sotto l’attacco giudiziario (gradito in una prima fase al nord come abolizione di una specie di “tassa” pagata alla partitocrazia centralista, “Roma ladrona”) nelle regioni settentrionali creò lo spazio per un’alternativa moderata di stampo liberista, mentre nel centro-sud a contrastare la sinistra si rafforzò la destra nazionale.
Il cemento politico del blocco settentrionale – formato non solo dai padani “immaginari” della Lega, ma anche dall’elettorato antropologicamente berlusconiano – appare assai resistente, tanto che i tentativi di riscossa messi in atto dalla sinistra nelle sue successive forme partitiche si sono scontrati con un muro difficile da scalfire. Al contrario, comincia ad apparire penetrabile la frontiera del Po, sotto la quale è accampato il potere appenninico della sinistra, e anche buona parte dell’elettorato di Fini. Che tutto ciò sia solo l’effetto dell’azzeccata iniziativa propagandistica che ha inventato la Padania, è davvero poco credibile. E ha piuttosto il sapore, in bocca a Fini, di una resa politica. Le condizioni dell’unità nazionale risiedono oggi in uno sviluppo quanto più possibile armonico delle capacità di autogoverno dei diversi territori, non in una negazione apodittica della specificità settentrionale, le cui radici sono invece assai ramificate e robuste.