Ai posteriori l'ardua sentenza

C’è poco da titubare, la tenacia con la quale tutte le Procure della Repubblica d’Italia perseguono il Cavaliere, Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio dei ministri del Governo italiano, è degna della massima ammirazione. Non una Procura s’è ben guardata dal tutelare il segreto istruttorio con quella doverosa segretezza che pone l’inquisito al riparo dalle basse insinuazioni (supposte) che spesso accompagnano la divulgazione di notizie non ancora complete che possono determinare, ex abrupto, la colpevolezza dell’indagato. C’è sempre una manina furtiva che fotocopia l’istruttoria in corso, “segretata” per impedirne la divulgazione, che per vie misteriose giunge al solito giornale che immediatamente diffonde la notizia gettando sulla graticola il poveretto affettuosamente servito di barba e contropelo per renderlo più appetibile all’opinione pubblica che se lo spolpa. Un reato gravissimo questo della divulgazione di istruttorie in corso, ma che nessuna Procura tutela con la dovuta severità. Reato gravissimo che muove dal Palazzo di Giustizia, cioè da quel luogo sacro dove la giustizia deve essere servita sacerdotalmente. Ed è paradossale sentire di reati gravissimi commessi dal presidente del Consiglio – concussione – da quel luogo dove l’istruttoria segreta viene diffusa con squilli di tromba e spari di mortaretti. Come definire il reato che le Procure commettono quando consentono la divulgazione di istruttorie in itinere? Qual è la mano furtiva che viola il segreto? Può essere ritenuta giustizia giusta questo simulacro di giustizia che gioca sul segreto istruttorio per accaparrarsi vantaggi illegittimi? “Ai POSTERIORI l’ardua sentenza”?