Perché è il metodo di pianificazione e appalti che spinge a cercare scorciatoie

Magari sarà meno “suggestivo” delle “cricche” di imprenditori, funzionari statali e politici intercettati; c’è però un tema sistemico che viene riproposto indirettamente dalle inchieste giudiziarie su grandi e piccole opere ed eventi: come accelerare i lavori pubblici per dotare l’Italia delle infrastrutture che non ha? Ieri all’argomento ha accennato anche Mario Ristuccia, procuratore generale della Corte dei conti, all’inaugurazione dell’anno giudiziario della magistratura contabile.
18 FEB 10
Ultimo aggiornamento: 03:14 | 22 AGO 20
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Magari sarà meno “suggestivo” delle “cricche” di imprenditori, funzionari statali e politici intercettati; c’è però un tema sistemico che viene riproposto indirettamente dalle inchieste giudiziarie su grandi e piccole opere ed eventi: come accelerare i lavori pubblici per dotare l’Italia delle infrastrutture che non ha? Ieri all’argomento ha accennato anche Mario Ristuccia, procuratore generale della Corte dei conti, all’inaugurazione dell’anno giudiziario della magistratura contabile. Certo le denunce della corruzione aumentano, ha detto Ristuccia, ma uno dei capitoli che maggiormente pesa nell’attività della Corte è quello delle “opere incompiute”, cioè “progettate e non appaltate, ovvero non completate o inutilizzabili per scorretta esecuzione”. Un fenomeno, ha osservato Ristuccia, che “determina un ingente spreco di risorse pubbliche”.
Ma chi frena? E come fare per accelerare le opere? Chi volesse avere risposte ponderate, quindi non troppo divulgative, può ricorrere a un libro appena uscito per Il Mulino. Titolo: “E’ possibile realizzare le infrastrutture in Italia?”. All’interrogativo provano a rispondere ricercatori ed esperti del settore, coordinati dall’economista Alfredo Macchiati e da Giulio Napolitano, ordinario di Istituzioni di diritto pubblico all’Università Roma Tre. “Lo sviluppo delle infrastrutture è indice dello stato di salute di un paese e della sua capacità di governo”, dice Napolitano in una conversazione con il Foglio. E l’Italia, adesso, non è al meglio della sua forma: la costruzione delle prime ferrovie coincise in maniera significativa con l’Unità del paese; e, per restare a epoche più recenti, gli anni del miracolo economico furono gli stessi del primato in Europa in termini di infrastrutture stradali.
E oggi? “L’Italia si è praticamente fermata”, osserva Napolitano, “tanto che secondo alcune ricerche internazionali, il nostro paese si colloca, in quanto a qualità infrastrutturale, nel gruppo di coda dell’Europa a 15, prima soltanto di Portogallo e Grecia. E questo è un serio ostacolo all’attrattività degli investimenti esteri nel nostro paese”.
Napolitano indica due fattori per spiegare lo stallo: da una parte “il progressivo aumento del decentramento istituzionale, non accompagnato da una chiara definizione delle responsabilità tra amministrazione centrale ed enti territoriali”; dall’altra “il contenimento dei finanziamenti pubblici, non sostituiti da un quadro regolatorio capace di attrarre investimenti privati”.
Quanto al primo aspetto, anche l’economista Macchiati – un passato in Bankitalia, Consob, Antitrust e un presente nelle Ferrovie dello stato – dice al Foglio che “la condivisione di tutto non funziona”: “E’ auspicabile una governance autenticamente federalista: non con il solo governo centrale che individua progetti prioritari e siti di costruzione, ma con i poteri locali che devono proporre, istruire, finanziare. Al centro dovranno rimanere soltanto le opere strategiche, ovvero quelle integrate per le reti europee, come l’alta velocità ferroviaria”. E le centrali nucleari? “La sicurezza energetica è un tema di importanza nazionale”, commenta Macchiati, che è stato anche alto dirigente Enel. L’economista poi sottolinea come in ogni caso occorra garantire la “partecipazione di tutti gli interessati”, per evitare fenomeni di opposizione della popolazione locale, sintetizzati spesso nell’acronimo “Nimby”, Not in my back yard. Sulla base delle esperienze straniere scandagliate dagli autori, le compensazioni, in particolare se monetarie, non appaiono la soluzione migliore. Meglio prevedere procedure di dibattito pubblico preventivo, come per esempio in Francia.
Discutere e poi decidere. E’ l’unico modo per tentare di arginare quella che Napolitano, ricorrendo alla terminologia dell’analisi economica del diritto, chiama “tragedia degli anticomuni”, ovvero “la moltiplicazione dei poteri di interferenza”. “L’esistenza di una pluralità di poteri di controllo – secondo il giurista – finisce per bloccare la realizzazione dell’opera pur giudicata di interesse generale”. E’ proprio per aggirare questa “tragedia” che “si cercano spesso soluzioni alternative, se non vere e proprie scorciatoie – continua Napolitano – accanto a quella ormai nota e ampiamente abusata delle opere di protezione civile, c’è quella che consiste nella nomina di commissari straordinari delegati”. Per gli appalti pubblici, urgono quindi regole diverse: “Una regolamentazione pervasiva delle procedure di aggiudicazione”, aggiunge il giurista, dovrebbe essere una garanzia, ma si trasforma in una sorta di freno a mano tirato per le infrastrutture “quando il sistema giurisdizionale non è in grado di svolgere adeguatamente e tempestivamente la duplice funzione segnaletica e correttiva”.