Balotelli a Rosarno
Di punto in bianco l’Italia si scopre alle prese con una questione etnica o razziale sintetizzata in due fotogrammi. L’italianissimo calciatore nero in rivolta contro i tifosi razzisti di Verona e di mezza serie A, Mario Balotelli; e i braccianti stagionali extracomunitari che hanno incendiando Rosarno in Calabria, dopo aver ricevuto come segno d’accoglienza pallottole di gomma sparate da alcuni deficienti, e atti di derisione, prima che arrivassero anche le sprangate e le pallottole di piombo.

In ogni caso la sostanza è cruda quanto basta per esigere una messa a tema. Un paese nel quale si costruiscono legittime rendite politiche sulla necessità delle ronde autorganizzate, di cui poi però non si sa più che farsene una volta legalizzate, dovrebbe interrogarsi con meno superficialità sul significato della parola “integrazione”. L’universalismo illuminato la fa risuonare nel vuoto dei sensi di colpa e cerca d’imporla a tutti i costi; la xenofobia la esorcizza nel grugnito belluino e sprezzante, violento perfino. Il meridione la rappresenta a modo suo, sul palcoscenico del disagio sociale. Mentre il ceto politico comincia appena a domandarsi in nome di quali princìpi – e dati di fatto storici e diritti soggettivi – procedere all’identificazione del nuovo cittadino cui offrire la carta d’identità italiana. Prima che se la prenda d’imperio.