Il pensiero unico a Copenaghen e l’altra verità

La Conferenza sul clima di Copenaghen è fallita prima ancora di cominciare. Nelle intenzioni di tutti, da Obama a Lula, ha assunto caratteri grotteschi ieri mattina, quando sulle prime pagine di 56 quotidiani di tutto il mondo (Repubblica in Italia) è apparso lo stesso editoriale. La verità non ha bisogno del Grande Fratello, nasce dalla critica e dalle differenze; invece, come in un incubo orwelliano, l’ufficio per la propaganda sul riscaldamento globale ha dettato al giornalista mai così collettivo lo stesso allarme. Leggi Copenaghen, fallimento annunciato
8 DIC 09
Ultimo aggiornamento: 05:00 | 13 AGO 20
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Muore così la scienza come congettura e confutazione, va in stampa l’apoteosi della pratica scientifica coatta: “La domanda non è più se la causa [del riscaldamento globale] sia imputabile agli esseri umani, ma quanto è breve il tempo che abbiamo a disposizione per contenere i danni”. E ancora: “Le possibilità che abbiamo di controllare [il clima] saranno determinate dai prossimi giorni”. Discorso chiuso, non c’è niente da verificare. C’è fretta.
La propaganda funzionicchia: tutti abbiamo ormai imparato le parole d’ordine, subìto la lobotomia catastrofista: i mari si alzano, i Poli si sciolgono, Londra verrà sommersa, i bambini moriranno di fame. La colpa è dell’uomo che produce CO2 (che nell’immaginario è passata dall’essere un mattone fondamentale per la vita a “pericoloso inquinante”). Chi non ripete come un mantra questi concetti è uno scettico o addirittura un “negazionista”.
A Copenaghen si deciderà poco, ma l’ambientalista collettivo continuerà a cercare di manipolare un pensiero (questo sì globale) in cui l’amore per il mondo – per il “creato”, come ha detto all’Angelus Benedetto XVI, prima di essere a forza arruolato da Repubblica come “il Papa verde ed ecologista” – è andato dimenticato, confuso con una “lotta ai cambiamenti climatici” che ha da tempo assunto i crismi di una religione che fa a pugni con la realtà (mai così pochi uragani come quest’anno, temperature che non salgono dal 1998 e ghiaccio in Antartide che aumenta, ad esempio) e i dubbi scientifici che ancora orbitano intorno alle teorie care ai delegati del summit danese.
La poca rilevanza mediatica che – almeno in Italia – hanno avuto le e-mail fuoriuscite dal Centro di ricerca sul clima dell’Università dell’East Anglia, in cui alcuni tra i più noti climatologi del mondo si accordavano su come truccare i dati delle temperature globali, è un’altra pietra sulla tomba dello spirito critico e vigilante, che invece, soprattutto sul Web, sta tendando una ribellione abbastanza simile a una umanissima ricerca della verità. Il Foglio è stato il primo giornale in Italia e uno dei pochi nel mondo a parlare delle e-mail rubate la cui storia (il “Climategate”) ieri occupava l’apertura del New York Times. L’ha fatto non per cercare di costruire una controteoria negazionista dei teoremi catastrofisti, ma per spiegare che sull’argomento non si sanno ancora troppe cose per potere prendere con sicumera decisioni politiche ed economiche costose e magari non risolutive (come da tempo dice uno dei geofisici più seri, Franco Prodi). Con dati documentali, sono ormai in molti e autorevoli a rifiutarsi di cedere al richiamo ideo-politico dei guru e dei demagoghi politici alla Al Gore.