Solo così D'Alema può andare in Europa
Ora che D’Alema è diventato il nuovo favorito, Palazzo Chigi promuove con “responsabilità” la prestigiosa candidatura italiana in Europa, attento alle conseguenze di breve periodo sulla politica interna. Ma la storia delle trattative in Europa di Berlusconi è fatta di tradimenti e inciampi, piccoli complotti ed errori. L’Ue non è mai stata tenera con il Cav. e nella capitale europea è facile dimenticarsi dei propri padrini, sviluppando la tentazione di un ritorno alla politica italiana, magari in funzione anti Cav. Su Danton le scommesse per il ticket europeo

I primi a tradire le aspettative del popolo del Cav. furono Mario Monti e Emma Bonino, nominati commissari europei per l’Italia nel 1994, nonostante l’estraneità alla Casa delle libertà (anche se la leader radicale era stata appena eletta deputata in un collegio uninominale grazie a Forza Italia). Nei suoi dieci anni da commissario europeo, così come nell’ultimo quinquennio da cittadino comune, Monti non ha lesinato critiche alla politica economica del governo in carica, e in particolare a quella del Cav., mentre molti continuavano a vederlo come una “riserva della Repubblica”: pronto a dirigere un governo tecnico, in caso di necessità. Bonino lanciò dal suo ufficio di Bruxelles la campagna per il Quirinale “Emma for president”, rapidamente trasformata in una macchina da guerra per le elezioni europee del 1999. Emma trionfò con l’8,5 per cento dei voti, sottraendo al Cav. una fetta consistente del suo elettorato d’opinione nel Nord Italia. Ma le delusioni di Monti e Bonino sono poca cosa rispetto a quanto fece Romano Prodi.
In pochi ricordano il sostegno generoso del Cav., quando il professore di Bologna fu inviato da D’Alema a presiedere la Commissione europea. Era il settembre del 1999 e l’Europarlamento doveva confermare Prodi alla testa dell’esecutivo europeo e, in nome del prestigio del paese, Forza Italia decise di sostenere l’avversario. Di più: il Cav. si adoperò per convincere un Partito popolare europeo reticente, perché Prodi era considerato troppo a sinistra. “Lei sa bene, presidente Prodi, d’aver avuto il mio voto personale e quello dei parlamentari di Forza Italia – disse il Cav. appena raggiunto l’obiettivo – Sa anche che mi sono personalmente adoperato, con plurimi interventi, preparando da tempo quanto si è verificato nel Parlamento europeo, affinché questa grande opportunità concessa al nostro paese di avere dopo tanti anni un presidente italiano potesse realizzarsi a larga maggioranza”.
Sul Corriere, Stefano Folli parlò di “piccola svolta europea”, che poteva “favorire il compromesso (…). Il codice di comportamento che Berlusconi chiede alla sinistra (cominciando dalla fine degli “attacchi personali” nei suoi riguardi), è un modo per isolare le frange più intransigenti”. Un po’ come oggi con la candidatura D’Alema. Solo che la pax prodiana durò poco. Anzi pochissimo. La mancata riconoscenza di Prodi si concretizzò non appena il Cav. tornò al potere nel 2001. Il professore diede ordine ai suoi commissari di non risparmiare l’Italia da reprimende e attacchi: decine di procedure di infrazione, ma soprattutto centinaia di documenti riservati, che in tre anni finirono sulle pagine di Repubblica e Corriere e in cui il governo veniva regolarmente bacchettato dall’Ue. Pedro Solbes ebbe un’attenzione quasi maniacale ai conti pubblici e ai deficit eccessivi italiani, nonostante Giulio Tremonti avesse svelato il buco lasciato in eredità dal governo di Giuliano Amato.
L’apice dell’ingratitudine di Prodi fu raggiunto nel 2003, durante la presidenza di turno italiana dell’Ue. Incurante delle conseguenze per il prestigio dell’Italia, Prodi prima accusò il Cav. di “procurare angoscia al paese”, in coincidenza con la pubblicazione di un saggio – “Europa, il sogno e le scelte” – che appariva come un documento programmatico per il suo ritorno a Roma. Poi, il presidente della Commissione fece tutto quanto in suo potere per sabotare i potenziali successi del Cav., fino all’ultimo Consiglio europeo quando, con il suo zampino, fallì la trattativa sul Trattato costituzionale. Il Cav. non è esente da responsabilità nei suoi difficili rapporti con Bruxelles. La sua presidenza di turno nel 2003 iniziò con una battuta infelice (“Kapò”) all’indirizzo del leader dei socialdemocratici tedeschi, Martin Schulz. La nomina di Rocco Buttiglione nel 2004, dopo le dichiarazioni sull’omosessualità come “peccato”, rischiò di far cadere la Commissione Barroso prima ancora della sua entrata in funzione. Il rimpatrio anticipato di Franco Frattini nel 2008 non contribuì a migliorare l’immagine di un’Italia poco interessata all’Ue.
La dottrina della pacca sulla spalla, che sta avendo successo con i leader di Russia, Libia e Turchia, mal si addice alla diplomazia europea. L’incertezza sulle nomine – almeno così è vista a Bruxelles: se il Regno Unito ha “un solo candidato” Tony Blair, l’Italia ha Giulio Tremonti per l’Eurogruppo, Mario Draghi per la Banca centrale europea, D’Alema per l’Alto rappresentante e forse persino Franco Frattini – non aiuta. La diplomazia italiana è strutturalmente debole. “Manca il sistema paese”, sintetizza al Foglio un lobbista: è un male antico, che ha colpito i governi del centrodestra e del centrosinistra e che provoca la sottorappresentazione dell’Italia nelle istituzioni europee. Ma né i prodiani rimasti alla Commissione né i dalemiani all’Europarlamento hanno mai frenato il pregiudizio antiCav. Semmai lo hanno alimentato, come dimostra l’opposizione preventiva del Partito democratico alla candidatura di Mario Mauro alla presidenza del Parlamento europeo.
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