Così Sarko ha guardato le piccole imprese e dato una sforbiciata alle tasse

Il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha detto di voler “capire” se la quota di Tremonti-Bond che non è stata utilizzata dalle banche possa essere “in qualche modo” devoluta alle piccole e medie imprese italiane (Pmi). Queste ultime potrebbero beneficiarne per rafforzare il proprio capitale sociale.
22 OTT 09
Ultimo aggiornamento: 21:30 | 8 AGO 20
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Il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha detto di voler “capire” se la quota di Tremonti-Bond che non è stata utilizzata dalle banche possa essere “in qualche modo” devoluta alle piccole e medie imprese italiane (Pmi). Queste ultime potrebbero beneficiarne per rafforzare il proprio capitale sociale.
Un’esigenza, quella delle Pmi, che evidentemente non si fa sentire soltanto in Italia. Proprio due giorni fa il presidente francese, Nicolas Sarkozy, che già aveva annunciato una riduzione di 10 miliardi di euro dell’imposta sulle industrie, arti e professioni (equivalente alla nostra Irap), ha fatto sapere che destinerà 2 miliardi di euro al rafforzamento dei mezzi propri delle Pmi. Il nostro ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha già varato misure simili, incentrate essenzialmente su garanzie, mediante la Cassa depositi e prestiti controllata dal Tesoro. Ma esse non bastano, data la sotto capitalizzazione delle nostre Pmi e la loro difficoltà nell’ottenere credito dalle banche, alle quali gli stessi parametri patrimoniali consentono solo un’erogazione con il contagocce.
La proposta del presidente della Confindustria, dunque, merita attenzione. Tanto più che i Tremonti-Bond sono già stati calcolati nel fabbisogno finanziario del Tesoro. Ma le modalità per trasferire i T-Bond, che sono prestiti subordinati al 7,5 per cento, dal mondo delle banche a quello delle imprese minori e medie produttrici di beni e servizi, non sono facilmente individuabili. Sempre che si voglia evitare di resuscitare l’intervento statale di finanziamento diretto delle attività produttive.
Una delle vie che si potrebbero seguire è quella di fare leva sui consorzi di garanzia fidi, che si presentano come intermediari finanziari. Ciò, comunque, richiederebbe una semplificazione delle procedure. Si potrebbe inoltre ulteriormente puntare sul finanziamento del credito per l’esportazione, su quello per il settore edilizio, su quello per il rinnovo tecnologico delle imprese minori, sul turismo. Ciò anche per dare a questi interventi degli indirizzi, per evitare che essi siano a pioggia o – peggio ancora – finiscano non nelle tasche di chi li merita ma in quelle di chi ha più influenza sulle istituzioni.
Rimane comunque l’esigenza di ridurre l’Irap sul fattore lavoro, mediante la piena detrazione dai costi di produzione delle imprese dell’imposta gravante sui contributi sociali. I problemi di bilancio indubbiamente ci sono, ma le misure potrebbero essere scaglionate nel tempo, attingendo ai fondi ricavati dalla lotta all’evasione e dallo scudo fiscale. Ma occorre un segnale chiaro: meno lacci e meno tasse.