Mezzogiorno di fuoco
Berlusconi difende i banchieri che offrono al governo un do ut des
I banchieri hanno quasi perso le speranze e la macchinosa mediazione con il Tesoro sulla Banca del sud corre il rischio di saltare. Del resto, dopo l’ultima sortita del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, gli esponenti del settore creditizio sono sconfortati, ma non rassegnati. Il nuovo istituto, che nelle intenzioni di Tremonti si dedicherà esclusivamente a erogare credito alle imprese del Mezzogiorno, non piace ai colossi bancari.

Due, nel dettaglio, gli ambiti di intervento auspicati dai banchieri. Primo: rimodulare la Robin Tax, cioè l’extraprelievo fiscale introdotto da Tremonti per incassare 1,4 miliardi di euro in più dalle banche. Obiettivo, tra l’altro, è abbattere l’aliquota portata a giugno del 2008 dal 27,5 per cento al 33 per cento. Poi c’è l’aumento della deducibilità degli interessi passivi, già in parte ritoccato in senso favorevole alle imprese bancarie negli ultimi mesi. Della faccenda è interessata solo in parte l’Abi. Alla Confindustria del credito, salvo sorprese, verrà commissionato soltanto un dossier per mettere in luce i pericoli sul fronte della concorrenza derivanti dalla presenza di una banca che rischia, secondo i timori di molti banchieri, di essere esentata dal rispetto di paletti normativi e vincoli patrimoniali. Per ora la questione è stata esaminata a un livello squisitamente tecnico. Ma pezzi da novanta del settore sarebbero pronti a far sentire la voce per chiedere a Palazzo Chigi un abbattimento delle tasse.
Una medicina assai più efficace rispetto ai Tremonti bond, ormai riposti nel cassetto da quasi tutte le banche (eccetto Banco popolare e Bpm). La pretesa sarà motivata con i timori per i bilanci 2009: a fine anno il quadro potrebbe essere peggiore rispetto ai risultati discreti registrati con le semestrali. Stando alle analisi dei tecnici, sui conti degli istituti non si è ancora avvertito il contraccolpo delle imprese, attraverso le quali – grazie ai margini sui prestiti – coprono di solito il 65 per cento degli attivi contro il 40 per cento della media dell’Unione europea.
Una medicina assai più efficace rispetto ai Tremonti bond, ormai riposti nel cassetto da quasi tutte le banche (eccetto Banco popolare e Bpm). La pretesa sarà motivata con i timori per i bilanci 2009: a fine anno il quadro potrebbe essere peggiore rispetto ai risultati discreti registrati con le semestrali. Stando alle analisi dei tecnici, sui conti degli istituti non si è ancora avvertito il contraccolpo delle imprese, attraverso le quali – grazie ai margini sui prestiti – coprono di solito il 65 per cento degli attivi contro il 40 per cento della media dell’Unione europea.
Prime elaborazioni circolano fra gli addetti ai lavori e qualche appunto è stato inviato a Bankitalia. Non si tratta di convincere il governatore Mario Draghi. La strategia degli istituti mira piuttosto a trovare uno sponsor di peso. Sul fisco a Palazzo Koch si sfonda una porta aperta, perciò i banchieri sono fiduciosi di trovare l’appoggio di Draghi: già nelle Considerazioni finali del 31 maggio, il governatore aveva posto in evidenza la sperequazione fra Italia e resto d’Europa, dove l’erario è meno aggressivo con le banche. Di un intervento in campo tributario sul settore, c’era traccia, ieri, sul Corriere della Sera. Il quotidiano di Via Solferino, in un editoriale di Massimo Mucchetti, ha messo sul tavolo una proposta concreta: consentire alle banche di fare pulizia nei bilanci aumentando l’esenzione fiscale sugli accantonamenti a fondi rischi, ridotti allo 0,3 per cento degli impieghi. Il che dovrebbe consentire agli istituti di dare ossigeno alle imprese spalmando nel tempo il rimborso dei prestiti, oltre la moratoria siglata fra Abi e governo. Di fatto si chiede al governo di tendere la mano agli istituti. Così come l’esecutivo si appresta a fare con il risparmio gestito: una bozza del decreto legge all’esame oggi del Consiglio dei ministri prevede l’armonizzazione fiscale tra fondi esteri e italiani (che lamentavano uno svantaggio).
Le attenzioni dei banchieri sono concentrate su Silvio Berlusconi. Proprio ieri il presidente del Consiglio ha tentato di smorzare i toni della polemica, in parte correggendo sotto forma di integrazioni le critiche del ministro dell’Economia. Il Cav. ha detto che “non si può gettare la croce addosso agli istituti” e che non si devono “gettare accuse indiscriminate ai direttori di banca che magari di fronte a certe situazioni aziendali sono timorosi rispetto alla concessione del credito”. Infine – ha detto Berlusconi – combattere la speculazione è più importante che intervenire sui bonus dei banchieri”. Una presa di distanza dalle tesi tremontiane (l’intervento sui bonus) attraverso il sostegno a un’altra tesi del ministro dell’Economia. Così l’armonia (forse) prosegue.