Bisogna onestamente riconoscere che la squadra – una squadra mobile che sa bene organizzare i propri blitz e sa anche scovare e sfruttare i confidenti – ha già raggiunto risultati ragguardevoli. Intanto ha aumentato copie e introiti pubblicitari; e il denaro, si sa, non è mai nemico del Bene. Poi è riuscita comunque a “mascariare” Berlusconi non tanto sul fronte interno, dove chiunque rimanda alla prova elettorale di domenica, quanto sul piano internazionale: l’ultimo e pesantissimo editoriale del Times, per definizione sempre “autorevole”, è lì a dimostrare che nel prossimo G8 in programma a L’Aquila, non tutti i sorrisi e le occhiatine dei capi di stato saranno privi di sarcasmo o di ipocrisia. Ma il terzo e più importante obiettivo centrato da Ezio Mauro e dai suoi più stretti collaboratori sta nel fatto che la campagna di Casoria – chiamiamola così, tanto per non perdere mai di vista Noemi, né il fidanzato, né la mamma, né la zia di Noemi – ha segnato e continua ogni giorno a segnare una profonda distanza tra Repubblica e gli altri giornali.
Prendete quelli della vecchia sinistra, da l’Unità al Manifesto: non fanno altro che rivestire di slogan e indignazione, di moralismo e giustizialismo travagliesco, le notizie che quotidianamente Repubblica piazza sulla giostra dei mass media. Oppure prendete i giornali, come dire, dell’establishment, dal Corriere della Sera alla Stampa al Sole 24 Ore: da un lato mostrano distacco e alterigia, con relativa puzzetta al naso, per tutta la robaccia gossippara e limacciosa che riempie le pagine di Repubblica; dall’altro lato però avvertono lo smarrimento professionale, prima ancora che editoriale, e cercano di correre ai ripari con rattoppi che a volte si rivelano peggiori del buco. Prendete l’intervista a Flavio Briatore, che si intesta il ruolo dell’amico e difensore del Cav. e intanto lancia i primi ammiccamenti su Veronica. O prendete l’intervista di domenica a Marcello Dell’Utri. Senatore, che succede a questi festoni? – chiede il giornalista, cercando di scavare, si fa per dire, tra i segreti di Villa Certosa. Il vecchio re di Publitalia risponde: “C’è la gelateria. Tu vai lì e ti servono tutto il gelato che vuoi. Gratis. Se ci si pensa è una trovata molto divertente”.
Oppure rileggete l’intervista di ieri a Sandro Bondi, ministro della Cultura in pantaloncini e scarpette da ginnastica: “Alla villa ricordo famigliole”. Basta questo gioco a nascondino, questa strategia della rincorsa, questo borotalco sparso a cucchiaiate su ogni minestra per annacquare il peperoncino, l’arsenico e le piccanterie imbandite, sulla vasta tavola dell’informazione, da quegli scavezzacollo di Largo Fochetti? Ferruccio De Bortoli o Gianni Riotta o Mario Calabresi, neodirettori di tre importanti quotidiani costretti a fare ogni mattina i conti con Repubblica, lo sanno bene. Il giornale dell’ingegnere De Benedetti non solo procura alla concorrenza un affanno che ha riscontro immediato nelle edicole; ma sta anche mettendo a dura prova l’immagine di testate e giornalisti che, fino all’altro ieri, potevano attaccarsi sul petto qualsiasi medaglia: da quella dell’indipendenza a quella dell’obiettività dell’informazione, da quella della professionalità a quella dei fatti separati dall’opinione; e così via piripicchiando.
L’articolo apparso ieri sulla prima pagina di Repubblica a firma di Giuseppe D’Avanzo – giornalista ormai famoso nel mondo e in altri siti, come amava scrivere di un suo amico compositore quella canaglia di Gaetano Donizzetti – è la marcatura definitiva di un confine: da questa parte ci siamo noi, belli bravi e coraggiosi; dall’altra parte ci siete tutti voi, un po’ brocchi e un po’ bolsi, un po’ pavidi e un po’ asserviti. Insomma, sulla rive gauche del fiume c’è Repubblica con il suo giornalismo d’inchiesta e con i suoi scoop, mentre sull’altra riva pascolano e ingrassano Rai, Mediaset e i giornali di corte, con le loro squadracce pronte al “pestaggio mediatico pur di oscurare le verità scomode” dell’imperatore. E’ un’autoincoronazione quella di D’Avanzo. Legittimata dal fatto che i suoi dirimpettai, quelli degli altri giornali, per pigrizia o quieto vivere, hanno preferito rispondere agli scoop col calcio di rimessa e mai con il contrattacco del fantasista o con il contropiede del centrocampista. Certo, parlando di D’Avanzo e delle scorribande di Repubblica tra i vicoli e le pozzanghere di Casoria, chiunque tra le austere stanze di via Solferino è autorizzato a tirare dallo scaffale l’ammonimento di Karl Kraus, l’uomo che per quattordici anni si scrisse un giornale tutto da solo: “Il giornalista ha con la realtà lo stesso rapporto che la fattucchiera ha con la metafisica”. Ma ci sono fattucchiere che vivono felici e contente perché sanno come incantare le folle; e ci sono stregoni che guadagnano soldi a palate perché sanno sempre come e a chi vendere i propri sortilegi e i propri imbrogli.