La strategia della chetichella a Baghdad

Gli analisti concordano: sono passati i primi cento giorni dell’Amministrazione Obama e il nuovo presidente è riuscito a cavarsela bene in politica estera, proprio nel campo in cui i suoi rivali, durante la campagna elettorale, insinuavano non avesse le qualità necessarie. Però, nessuno nomina il convitato di pietra, che ha le fattezze quadrate e gli occhi abbozzati del premier iracheno Nouri al Maliki.
4 MAG 09
Ultimo aggiornamento: 07:43 | 17 AGO 20
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A Baghdad il livello di violenza sta facendo orribili balzi verso il passato, verso gli anni bui dell’infestazione di al Qaida da cui ci aveva tratto fuori il “surge” del generale Petraeus – ora assegnato al fronte Afpak, Afghanistan-Pakistan. Due giorni fa due autobomba hanno colpito il quartiere sciita di Sadr City, facendo altri 41 morti. A Mosul, nel nord del paese, la situazione è così incerta che già si parla di possibili eccezioni al Sofa, l’accordo militare tra Stati Uniti e Iraq e di ritardare l’uscita delle truppe. A Ramadi, capoluogo di Anbar – la regione che per prima si è ribellata ai terroristi, con l’aiuto della Coalizione – i sunniti ora hanno paura. L’Associated Press racconta questa scena: “Sta arrivando il momento in cui non potremo più fare nulla per voi”, dice il capitano dei marine al Consiglio locale; risponde un mormorio generale di disapprovazione. “Le cose stanno per virare al peggio”, commentano gli anziani.
E’ come se Obama, già pressato dalla crisi economica e appagato dalle complessità diplomatiche delle relazioni con Iran, Pakistan e Cuba, avesse scelto una strategia della chetichella: le cose a Baghdad stanno andando sempre peggio, ma forse riusciremo a guadagnare l’uscita prima di essere costretti a occuparcene sul serio. Come se l’Iraq non avesse già provato a sufficienza che ogni volta che lo si sottovaluta sa scatenare catastrofi.