Il maiale democratico

Nello stato dell’Iowa ci sono 2,9 milioni di uomini e 33 milioni di maiali. Febbri a parte, gli sterminati allevamenti di maiali del Midwest, con tutte le complicazioni ambientali, sanitarie e logistiche che comportano, raccontano una verità semplice: il rapporto fra politica e maiali è una faccenda atavica.
2 MAG 09
Ultimo aggiornamento: 01:59 | 7 AGO 20
Immagine di Il maiale democratico
Dal 1972 il caucus dell’Iowa inaugura la lunga consultazione elettorale per arrivare ai candidati presidenti e, secondo la tradizione, il vincitore dell’Iowa è quello che poi si aggiudica la palma di candidato alla convention del partito. Per questo lo stato dei maiali è sede di controversie politiche che si spingono assai oltre i confini statali. La questione più dibattuta è quella del Cafo – Concentrated animal feeling operations –, una tecnica di allevamento ultraintensivo dei suini su cui la politica discute da almeno quindici anni. Nelle campagne dell’Iowa, in mezzo a campi di grano sterminati, si elevano lunghe file di edifici rurali senza finestre dove sono stipati qualche migliaio di maiali per costruzione. Il confino forzato ha causato complicazioni ambientali e sociali che convincerebbero un ambientalista serio ad abbandonare la battaglia contro l’energia nucleare per dedicarsi anima e corpo alla lotta suina. L’aria è inquinata da emissioni fetide e nocive, le acque in prossimità degli stabilimenti sono inutilizzabili e ormai prive di fauna. Senza contare la quantità di rifiuti inquinanti prodotti dall’allevamento intensivo: il New York Times sostiene che l’industria dei maiali produce cinquanta milioni di tonnellate di rifiuti l’anno, che è come se ogni abitante dello stato avesse undici automobili sempre accese nel giardino di casa.
Gli abitanti scappano dall’ambiente lunare che si viene a creare attorno a queste strutture e chiedono che la politica si occupi del problema. A rispondere sono prevalentemente i democratici, che nel corso degli ultimi anni hanno però manifestato stati febbrili al momento di passare alle vie di fatto. Nel 1999 il vicepresidente di Clinton, Al Gore – allora candidato alla presidenza – ha promesso di combattere il Cafo imponendo standard nazionali di produzione per preservare ambiente e allevatori tradizionali; quattro anni più tardi, i candidati democratici hanno visitato gli stabilimenti intensivi dell’Iowa: aperte le portiere delle auto di rappresentanza, tutto lo staff di Howard Dean, John Kerry e Dennis Kucinich ha rischiato di vomitare seduta stante per il puzzo delle pile di carcasse suine lasciate a marcire al sole. Quella volta Kucinich ha dovuto anche cambiarsi d’abito per evitare di indurre simili conati anche agli ospiti del comizio del pomeriggio.
Dopo questi precedenti, tutti i democratici, a tutti i livelli, si sono battuti per limitare drasticamente le pratiche intensive sull’allevamento suino. Hillary Clinton si è dimostrata sensibile ai problemi ambientali, ma alcune connessioni del marito con fundraiser del mondo agricolo ne hanno limitato l’efficacia sul lato pratico. Il duro e puro John Edwards da candidato presidenziale aveva promesso addirittura una intransigente moratoria sul Cafo, ma infine fra presidenza e moratoria non se n’è fatto nulla.
Il background di Barack Obama è quanto di più lontano dalla sensibilità dell’Iowa: cresciuto fra le Hawaii, l’Indonesia e le cattedre delle università snob, con un tic islamico e antisuino da parte di padre, il presidente sembrava distante dalle galassie agricole; grazie a proposte misurate e ragionevoli, Obama ha conquistato dapprima le simpatie dell’Iowa alle primarie, chiudendo poi il cerchio elettorale con la recente visita in occasione della giornata della Terra. E ora, in tempi di febbre suina, come se non ne avesse abbastanza fra terrorismo, guerra e crisi economica, negli incubi di Obama si sono inseriti a forza due nuovi figuranti: i maiali e i loro padroni.