Il conto dell’apocalisse che non c’è
L’apocalisse è rimandata. Se lo certifica il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che un po’ di catastrofismo sulla crisi non l’ha lesinato nel recente passato, dev’essere vero. Adesso è il momento di iniziare a interrogarsi sulle conseguenze: inflazione e debito pubblico. Sul Financial Times di ieri Martin Feldstein ha descritto la nuova minaccia, anzi lo spettro: l’inflazione.

Il problema, esacerbato dalle politiche di “quantitative easing” della Fed, potrebbe portare a “un’esplosione inflazionistica della moneta e del credito”. Che non si tratti di allarmismo isolato lo dimostra anche l’avvertimento lanciato da Lorenzo Bini Smaghi, membro del board della Bce, che ha invitato a non sopravvalutare il rischio della deflazione, di cui si è parlato nei mesi scorsi: “La cosa più importante – ha detto al Ft Deutschland – è mantenere i tassi a un certo livello, senza creare troppa liquidità sul mercato ed eccessive aspettative di inflazione”. Ciò non significa che la deflazione possa essere archiviata nel breve, come evidenzia Fedele De Novellis del Ref (Ricerche per l’economia e la finanza): “Nell’immediato, quanto meno avremo un’inflazione molto bassa, se non negativa. Per quel che riguarda il futuro, il compito delle Banche centrali è proprio quello di preoccuparsi perché l’eventuale riversarsi della liquidità sui mercati non dia luogo, prima ancora che all’inflazione, a nuove bolle”.
Nel medio termine, il problema è quanto Ben Bernanke voglia e sappia tirar le redini della massa monetaria. “Non appena usciremo dalla crisi, una certa dose di inflazione è inevitabile – spiega al Foglio Carlo Scarpa, economista dell’Università di Brescia e redattore de Lavoce.info – su questo fuocherello, però, rischiamo di gettare benzina monetaria: la combinazione tra i bassi tassi di interesse, l’intervento pubblico a gogò e la condotta allegra delle Banche centrali non sarà priva di conseguenze”. Per Gabriel Calzada, presidente dell’Instituto Juan de Mariana, “l’inflazione è un rischio anche per la cattiva qualità del debito pubblico e il deterioramento degli asset sottostanti. La Fed e il Tesoro americano sembrano un bidone nel quale è stata cacciata tutta la spazzatura illiquida. Nel passato questa condizione ha preceduto i periodi di inflazione”.
Non è impossibile domare la “bestia inflazionistica”, dice Enrico Colombatto dell’Università di Torino, ma “la scommessa politica è se le Banche centrali avranno il coraggio di perseguire una politica restrittiva nel momento in cui inizierà la ripresa”. Margo Thorning, che dirige l’American Council for Capital Formation, pone l’accento sulla Casa Bianca: “Bernanke capisce la questione e sa come gestirla. Penso che avrà il coraggio di alzare i tassi, quando dovrà”. Al momento, Bernanke nega che l’inflazione sia una priorità, ma – secondo il Wsj – ha messo i suoi al lavoro sul tema. Aggiunge Thorning: “Nutro dei dubbi piuttosto sull’Amministrazione Obama: i suoi progetti, dall’educazione alla sanità fino all’energia implicano forti aumenti della spesa pubblica”, a danno del deficit fiscale.
Oggi quindi l’inflazione riemerge come il grande Satana, eppure nel pieno della crisi il commissario europeo per gli Affari economici, Joaquìn Almunia, scriveva che “l’eredità ideologica di Reagan e Thatcher è collassata”. Ma se la vera sfida è ancora una volta il controllo dell’inflazione, stiamo assistendo al ritorno del monetarismo? Risponde Antonio Martino: “Una tra le tante lezioni di Milton Friedman è che la politica monetaria dovrebbe guardare al lungo termine, rinunciando a essere attivista nel breve. Se non dà un orizzonte di certezza sulla base del quale gli operatori possono formarsi aspettative sull’inflazione, essa finisce per essere pro-ciclica anziché remare contro il ciclo economico”.