Suicidio programmato di una militante femminista

Roberta Tatafiore, militante femminista e nota pubblicista, è morta ieri pomeriggio in un ospedale romano dove era ricoverata da mercoledì scorso. Si è uccisa con metodo e ha lasciato documenti scritti in cui spiega il senso della sua morte volontaria. Quello stesso mercoledì, nella stanza di un albergo romano poco lontano da casa sua, Roberta Tatafiore ha attuato il suo progetto di autosoppressione. Leggi Lasciatemi addormentare come Saffo di Roberta Tatafiore
15 APR 09
Ultimo aggiornamento: 19:12 | 15 AGO 20
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Roberta Tatafiore, militante femminista e nota pubblicista, è morta ieri pomeriggio in un ospedale romano dove era ricoverata da mercoledì scorso. Si è uccisa con metodo e ha lasciato documenti scritti in cui spiega il senso della sua morte volontaria (un testamento metaforico è quello che consegnò alle pagine del Foglio, con cui collaborava). Quello stesso mercoledì, nella stanza di un albergo romano poco lontano da casa sua, Roberta Tatafiore ha attuato il suo progetto di autosoppressione. A quanto pare, la sua era una decisione presa da molto tempo, almeno alcuni mesi, maturata e accuratamente preparata, oltre che spiegata lucidamente nel memoriale che deve ancora arrivare ai suoi destinatari. Perché la Tatafiore aveva proprio all’ultimo annunciato il suo proposito per lettera, aveva spiegato motivi e modalità, ma aveva fatto in modo che gli amici che l’avessero ricevuta non potessero comunque più intervenire per dissuaderla o per salvarla. Voleva che fossero soltanto i suoi esecutori testamentari.
Di Roberta si può dire semplicemente che era fatta per la libertà. E’ stata questa, in fondo, la sua unica, vera e convinta militanza, la sua missione esistenziale. Ed è questa, per quel che è dato sapere, la sostanza profonda della sua scelta di morire, cresciuta nei mesi in cui i dibattiti sulla vita e sulla morte e su “chi appartiene a chi” hanno occupato la scena politica e le emozioni quotidiane. Non è azzardato leggere, nella sua scelta, l’affermazione passionale, prima che razionale, di un pieno possesso di sé, per la vita e per la morte, che per la Tatafiore è diventato manifesto di vita e di morte, a futura memoria di chi non potrà certamente dimenticarla.
Roberta Tatafiore ha sempre attraversato con passione e furia tutte le cose della vita. Non tollerava legami che non fossero quelli della lealtà e dell’amicizia liberamente scelta. E’ stata femminista negli anni ruggenti, e da quell’esperienza aveva tirato fuori il meglio. Aveva soprattutto conservato l’idea della centralità, nella sua vita, del rapporto con le donne, ma senza mai un’ombra di ideologia. Sbuffava, eccome, quando sentiva l’artificio e l’incombere del politicamente e femministicamente corretto. Ma totale era la sua voglia di capire, anzitutto, in prima persona, sempre e per sempre “partendo da sé”, come l’esperienza tra donne insegna. Aveva lavorato a lungo a Noidonne, periodico del femminismo di sinistra, poi aveva scritto per il quotidiano comunista il manifesto, aveva diretto per tre anni “Lucciola”, il mensile del Comitato per i diritti civili delle prostitute. Aveva vissuto intensamente nel mondo della sinistra, sempre con un piglio da stravagante, e da persona incapace di pregiudizi era riuscita a familiarizzare anche con i vecchi “nemici”. Il suo ultimo indirizzo di stampa conosciuto è stato il Secolo d’Italia, ma nel tempo ha scritto per il Giornale, per Libero e per il Foglio, cosa di cui questo giornale fu sempre lieto, oltre che per il sito donnealtri.it.
Prostituzione, pornografia, mercato del sesso: questi erano i campi “estremi” che aveva voluto sondare da sociologa che non si esprimeva in sociologhese, e sui quali aveva scritto saggi importanti, rimasti unici nel panorama italiano e ancora fondamentali per chi voglia capirci qualcosa fuori delle schematizzazioni. Il suo amico giornalista Daniele Scalise dice che “Roberta era una che non si arrendeva mai, che si parlasse di politica, di etica, di problemi personali. E soprattutto non si accontentava mai della prima spiegazione facile. Era una combattente ed era combattiva”. La sua ultima battaglia, lei che per tanto tempo aveva lavorato con l’Associazione dei malati di cancro fondata dal suo amico Francesco De Lorenzo, lei che era abituata a fare coraggio a chiunque avesse un problema, piccolo o grande, è diventata quella della libera morte, del suicidio come gesto da riabilitare, come esito possibile e addirittura desiderabile dell’esistenza (di un’esistenza piena come la sua).
Diventa difficile e anche doloroso, associare una persona bella e simpatica (e allegra, perché lo era) al gesto che ha voluto fosse il suo ultimo. Ci sarà tempo, ora, per decrittare davvero quello che Roberta Tatafiore ha voluto dirci, perché ha voluto dirci qualcosa di molto importante ma anche, necessariamente, qualcosa di misterioso, perché la morte di una persona lo è, sempre. Ora però non riusciamo a pensarla che come la solita Roberta Tatafiore, inguaribile curiosa. L’impaziente, che è andata a vedere che cosa c’è dall’altra parte.
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