Imbrogli magniloquenti

Imbrogli magniloquenti si inseguono nella corsa alla fissazione di una data per lo svolgimento del referendum sulla legge elettorale. Il primo imbroglio è ormai il referendum stesso. Fu concepito, e per questo furono raccolte le firme, come un modo per semplificare in senso bipartitico il sistema politico, eliminando le ali estreme o irregimentandole. Ciò che puntualmente è avvenuto, con le elezioni di un anno fa.
14 APR 09
Ultimo aggiornamento: 19:12 | 15 AGO 20
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Imbrogli magniloquenti si inseguono nella corsa alla fissazione di una data per lo svolgimento del referendum sulla legge elettorale. Il primo imbroglio è ormai il referendum stesso. Fu concepito, e per questo furono raccolte le firme, come un modo per semplificare in senso bipartitico il sistema politico, eliminando le ali estreme o irregimentandole. Ciò che puntualmente è avvenuto, con le elezioni di un anno fa, e senza bisogno di alcun cambiamento nella legge elettorale firmata da Roberto Calderoli e da lui stesso definita “una porcata”. Le ali estreme non sono più rappresentate, non è morto nessuno, c’è quella noiosa variante sbirra di Tonino derivante dalla dabbenaggine della leadership Veltroni, ma il sistema è perfettamente governabile ed è sostanzialmente bipartitico, come tutti vedono e sanno.
Il secondo imbroglio, stavolta ai danni del referendum, è la questione della data. Si dicono cose altissime, si vola in cielo, si fa della teologia calendaria: non si può abbinare alle elezioni perché altrimenti si svuota del suo significato il quorum oppure si deve abbinare alle elezioni per garantire un diritto a tutti gli italiani e una tenda in più ai terremotati d’Abruzzo. Balle. Da sempre, dal 18 aprile 1948, la data di svolgimento delle elezioni e dei referendum è un piccolo strumento nelle mani dell’esecutivo per scambiare qualcosa con l’opposizione o, quando questo non sia necessario, per assestare nel senso di una maggiore stabilità il posteriore sulla poltrona. E la Repubblica, a scanso di ulteriori equivoci, è figlia di un election day, elezione della Costituente più scelta della forma di stato, tenutosi il 2 giugno del 1946, in un’epoca in cui dire “election day” avrebbe comportato l’internamento in manicomio.
La verità politica della cosa, da cui tutti chissà perché rifuggono, è che da noi sono le grandi manovre della politica a migliorare o a peggiorare il sistema, non le riforme (e in particolare non le riforme della legge elettorale).
Con la fine della Repubblica dei partiti, in mezzo a cento diverse anomalie, ogni possibile riforma è fallita, tranne l’appello congiunto di Veltroni e Berlusconi, ciascuno dal suo predellino, all’esercizio bipartitico della vocazione maggioritaria. Ma anche questa è un’esagerazione. Da tempo avevamo già ottenuto, con qualunque riforma per quanto porca, compreso il Mattarellum, quello che ora abbiamo e che era mancato per mezzo secolo alla vecchia Repubblica: stabilità politica e cambiamento, governi forti e alternanza alla guida dello stato. Piuttosto di continuare a discutere come ottenere quel che già abbiamo, sarebbe interessante decidere che cosa fare di quanto è a nostra disposizione fuori dal rigido perimetro della politologia.