Roosevelt sì, ma non Franklin Delano

Continuiamo a citare il Roosevelt sbagliato. Come scrive l’ex economista del Fondo monetario, Simon Johnson, in un articolo definitivo sull’Atlantic – “The quiet coup” – “il pacchetto di stimolo fiscale dell’Amministrazione Obama ricorda Franklin D. Roosevelt, ma quel che avremmo bisogno di imitare oggi è il ‘trust busting’ di Teddy Roosevelt”.
2 APR 09
Ultimo aggiornamento: 21:24 | 23 AGO 20
Immagine di Roosevelt sì, ma non Franklin Delano
Continuiamo a citare il Roosevelt sbagliato. Come scrive l’ex economista del Fondo monetario, Simon Johnson, in un articolo definitivo sull’Atlantic – “The quiet coup” – “il pacchetto di stimolo fiscale dell’Amministrazione Obama ricorda Franklin D. Roosevelt, ma quel che avremmo bisogno di imitare oggi è il ‘trust busting’ di Teddy Roosevelt”. Cioè dovremmo tentare di “far scoppiare i monopoli”, i trust, quei conglomerati enormi che sono diventati tanto ingestibili quanto obbligatoriamente da salvare perché “troppo grandi per fallire”. Teddy Roosevelt, presidente repubblicano dell’inizio del Novecento, non era contro il capitalismo, e ci teneva a sottolinearlo per rassicurare buona parte del suo elettorato, ma fece una lunga e determinata battaglia contro la corruzione e “contro gli eccessi”.
Passato alla storia come “trust regulator”, Teddy Roosevelt dissolse, durante i suoi due mandati, 44 monopoli, creando grande scompiglio nella comunità industriale e finanziaria dell’epoca. Non amava affatto l’espressione “trust bursting”, Teddy Roosevelt, diceva che le corporation dovevano essere regolate e non distrutte, ma molti dei suoi detrattori – e ce n’erano tanti, il mondo del business che aveva votato per lui certo non si aspettava di ritrovarsi un presidente così – non notarono la differenza. Anche perché i metodi utilizzati furono decisamente duri. Roosevelt lanciò il suo attorney general, Philander C. Knox, contro giganti come la Northern Securities Company di J. P. Morgan, lo Standard Oil Trust di John D. Rockefeller e il Tobacco Trust di James B. Duke.
Da allora sono passati cent’anni, il sistema internazionale si è dotato di una legislazione antitrust e certi interventismi del governo sono stati giudicati sorpassati oltre che dannosi (anche se soltanto pochi giorni fa l’Amministrazione Obama ha licenziato un manager di un’azienda privata salvata dallo stato, la General Motors). La concorrenza sleale dei trust è regolata in modo dettagliatO. Ma le grandi corporations, soprattutto nel settore finanziario ma non solo, stanno mostrando tutta la loro fragilità in questa fase di emergenza. Non è un caso che, tra le varie ipotesi che oggi circolano sul futuro di GM, ci sia quella dello smembramento. Così come è già avvenuto lo smembramento di Citigroup, esempio classico del “too big to fail”, frutto di una serie di fusioni cominciate nella seconda metà degli anni Novanta, quando una legge dell’Amministrazione Clinton ruppe il tabù derivato dalla Grande Depressione di unire banche commerciali con banche d’investimento e assicurazioni.
Tecnicamente questi supermercati della finanza originati dalla Rubinomics non sono monopoli come quelli cui Teddy Roosevelt dava la caccia. Ma sono colossi enormi e ingestibili, risucchiano fondi statali per mettere in ordine i bilanci, ma non riescono – o spesso non vogliono – a fare luce sulla loro solvibilità, contribuendo a infondere sfiducia nei mercati. Mentre è notizia di ieri che già quattro piccole banche americane hanno cominciato a dare indietro i soldi del governo stanziati per i bailout. Secondo Cnn Money, sarebbero già tornati indietro, nelle casse dello stato, 338 milioni di dollari “dagli istituti più piccoli”.l