G20 di lotta e di governo
La crisi economica ha rischiato di produrre una riedizione di quel che era successo nel 2003, quando la guerra in Iraq divise l’America dall’Europa, la famosa frattura transatlantica, Marte e Venere. “A parti rovesciate”, precisa Marta Dassù, direttrice della rivista di geopolitica Aspenia e neoautrice di un libro delizioso, “Mondo privato e altre storie” (Bollati Boringhieri).

La crisi economica ha rischiato di produrre una riedizione di quel che era successo nel 2003, quando la guerra in Iraq divise l’America dall’Europa, la famosa frattura transatlantica, Marte e Venere. “A parti rovesciate”, precisa Marta Dassù, direttrice della rivista di geopolitica Aspenia e neoautrice di un libro delizioso, “Mondo privato e altre storie” (Bollati Boringhieri). “Allora la politica estera divideva e quella economica tutto sommato univa. Oggi invece c’è maggiore unità sulla politica estera mentre ci sono divergenze su quella economica”. Da un lato c’è l’asse anglosassone, guidato da Londra e Washington, che ha spinto per una politica di spesa, di ulteriori stimoli fiscali, e dall’altro c’è il fronte franco-tedesco, riunitosi di recente dopo un po’ di freddezza tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, che insiste sulle regole senza vincolarsi sugli stimoli.
“Barack Obama, presidente degli europei, alla sua prima visita in Europa si trova in una situazione abbastanza paradossale – spiega Dassù – E’ il presidente che incarna, agli occhi degli europei, il rinnovato prestigio dell’America. Ma la gravità della crisi economica contribuisce a un indebolimento del ‘soft power’ degli Stati Uniti, perché Germania e Francia considerano l’America, anche se evitano di dirlo apertamente, come la responsabile dell’origine della crisi globale”. A Obama l’europeo tocca il compito di trovare un accordo che non faccia fallire il G20 di Londra. “E un modo si troverà – dice rassicurante Dassù – con un’intesa a metà tra regole e stimoli, così da potere celebrare l’unità”. Anche Sarkozy, che ha restaurato per l’occasione “la politica della sedia vuota” cara al gollismo – “un’uscita più a uso interno della Francia”, commenta Dassù, “neppure i tedeschi l’hanno gradita più di tanto” –, avrà forse il successo di immagine che ricerca, per esempio con la condanna dei paradisi fiscali.
La crisi riflette gli squilibri globali, “la Cina che esporta senza consumare e gli Stati Uniti che sovraconsumano senza risparmiare”, le formiche e le cicale che ora più che mai devono trovare un nuovo punto di equilibrio. Dassù non crede che la situazione possa cambiare nel breve periodo, “i cinesi tentano di tutelarsi dagli effetti della politica di spesa americana – spiega – che potrebbero portare alla svalutazione del dollaro e a un processo inflattivo pericoloso, ma non ci saranno svolte radicali”. Per certi cambiamenti ci vogliono anni, per la Cina aumentare la domanda interna non sarà facile, nonostante l’approvazione di un importante pacchetto di stimolo fiscale. Certo è che la tendenza di Pechino è quella di cautelarsi rispetto alla centralità della valuta di riserva americana, ma la Cina “ha intenzione di giocare la sua partita all’interno delle istituzioni internazionali”. A cominciare dal Fondo monetario. Il paper presentato la settimana scorsa dal governatore della Banca centrale cinese era un primo “balloon d’essai”, dice Dassù, ma “Pechino vuole contare sempre di più all’interno dell’istituzione”. Soprattutto ora che all’Fmi è consegnata di nuovo la responsabilità di intervenire nei paesi a rischio default, come già accade nell’est dell’Europa.
Le potenze emergenti vedono nell’attività di pompiere economico globale del Fondo un’opportunità geostrategica “per una redistribuzione del potere economico” dice Dassù. Soprattutto la Cina e il Brasile. La Cina è al centro, con il Giappone, della politica asiatica americana, come dimostra il viaggio a Tokyo e Pechino di Hillary Clinton appena insediata al dipartimento di stato. “Pechino e Tokyo sono al centro della strategia asiatica dell’Amministrazione Obama”, conferma Dassù. C’è anche l’India, ma con i suoi problemi interni e l’economia colpita gravemente è rimasta un po’ più in disparte.
L’altro capitolo della storia del presidente americano “europeo ma alle prese con un’Europa scostante”, riguarda la Russia. L’incontro di ieri tra Obama e il capo del Cremlino, Dmitri Medvedev, dimostra che in questo caso l’interesse è molto più politico che economico: “L’accordo a negoziare una nuova intesa post Start sulla riduzione delle testate nucleari ha come fine ultimo la non proliferazione – spiega Dassù – In altre parole l’Iran. Così come il ruolo di Mosca è decisivo per la soluzione della questione afghana, come dimostra il corridoio per i rifornimenti appena aperto in territorio russo”. L’Europa sta a guardare? “Non è stata a guardare affatto nella fase iniziale della crisi ma poi ha perso coesione ed efficacia”, dice Dassù, perché ragiona con logiche nazionali.
Tutti i leader del mondo, però, si trovano a dover gestire, meglio “a doversi barcamenare” precisa Dassù, tra la rabbia populista e il salvataggio del sistema: “Le leadership politiche sono incastrate tra l’impoverimento della classe media, il desiderio di smarcarsi dagli errori e dagli eccessi commessi dalla ‘super class’ e la necessità di bonificare il sistema finanziario. Evitando quegli scontri frontali che impedirebbero una ripartenza concreta”. L’instabilità sociale diventerà il nuovo rischio politico, come ha spiegato anche Ralph Dahrendorf in un’intervista al Corriere della Sera due giorni fa. “A vent’anni dal crollo del Muro di Berlino – conclude Marta Dassù – il grande trionfo liberale in cui tutti credevamo, peraltro sbagliando, è messo in crisi da questo primo grande choc economico globale. E la storia degli ultimi vent’anni ci ha fino a oggi insegnato che il capitalismo non ha allentato i sistemi autoritari, anzi sono stati i sistemi autoritari a utilizzare il capitalismo per mantenersi in vita. Basta guardare la Cina”.