L'ottimismo della Regione

E’ un Roberto Formigoni con molto entusiasmo (“determinato, soprattutto direi determinato”) quello che incontriamo in una mattina di sole, una delle poche di Milano in cui la vista dal suo ufficio in cima al Pirellone diventa davvero invidiabile. Va alla carica, il governatore di Lombardia, come ogni volta che l’impegno politico esce dalla routine e gli chiede di prendere posizione sulle grandi sfide e i grandi temi del dibattito pubblico.
16 MAR 09
Ultimo aggiornamento: 04:45 | 9 AGO 20
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Le notizie che aprono i giornali, in questi i giorni, sono la ricerca sulle staminali rilanciata dal presidente americano, il dibattito in corso in Parlamento sul testamento biologico. Formigoni si è molto esposto – e con lui il governo regionale di cui è a capo – anche nel caso di Eluana Englaro, cittadina lombarda, anzi della sua Lecco. Quanto è diventato centrale, gli chiediamo, il dibattito bioetico nella società e nella politica? E, soprattutto, cosa ritiene si debba fare? “Il tema bioetico è diventato centralissimo oggi, perché è cresciuta a dismisura la capacità dell’uomo e della scienza di manipolare la natura e di manipolare anche se stesso. E’ questa capacità enorme della scienza che pone problemi all’etica e alla politica. Attenzione: io ritengo che questa possibilità della scienza sia un bene, nasce dalla ricerca, nasce dalla capacità umana. Tutto sta però a come l’uomo la utilizza. Ancora una volta, il problema non è esterno, ma è tutto all’interno del soggetto uomo: è in gioco la sua possibilità di scegliere il bene e il male, usare queste tecniche per il bene si sé e dei suoi simili o per una manipolazione disumana. Questo crocevia della storia ci spinge a decidere, ancora una volta, su chi siamo e su che cosa vogliamo per noi”. E dunque il cambiamento di prospettiva che le prime mosse di Obama sembrano indicare a tutto il mondo, non la convince…
“A parole sono tutti cattolici, sono tutti cristiani e credenti. Ma poi sentono la necessità di giustificare le loro scelte di morte, le loro scelte antiumane, dal punto di vista religioso. Lo abbiamo visto con Eluana, lo abbiamo visto ai tempi della legge 40 e lo vediamo adesso con Obama. Oggi sembra prendere maggior forza una cultura tragica, che tende a considerate l’uomo come soggetto manipolabile. Si dice di voler usare le conoscenze a scopo curativo, e invece c’è una deriva eutanasica, una possibile deriva eugenetica. Tutto questo sfida le culture religiose e le culture dell’uomo”. Da qui, secondo Formigoni, nasce la possibilità di un dialogo tra laici e cattolici che abbiano in comune la difesa e la salvaguardia dell’umano. Una battaglia prima culturale, che politica: “Bisogna parlarne, spingere la gente a riflettere e pronunciarsi. La bioetica non è uno dei temi di cui è invasa oggi l’agorà della comunicazione. E’ ‘il’ tema, e non può essere lasciato nelle mani soltanto dei politici, anche se democraticamente eletti, con il consenso popolare come Obama. Riguarda tutti”.
Ma intanto Silvio Berlusconi è tornato ad atteggiarsi ad “anarchico” in campo etico, dice che sul testamento bisogna lasciare libertà di coscienza. Non è contraddittorio rispetto a quanto lei sta dicendo? “Un momento. Il presidente Berlusconi parla di libertà di coscienza. Ma poi, al momento giusto, sceglie bene, sceglie il giusto e dice che chi vuole essere parte del popolo delle libertà deve essere dalla parte e dalla vita e non da quella della morte. Diciamolo con chiarezza: su Eluana c’era un paese spaccato, c’erano i sondaggi, probabilmente, erano più contro che a favore. E lui invece, sfidando anche i sondaggi, ha fatto la cosa giusta. Alla faccia dell’anarchia etica”. Dunque, il Pdl le sembra un buon contenitore, entro cui la sua cultura è ben rappresentata. “Ottimo contenitore. Sul caso di Eluana, del resto, si è creato un ‘unum sentire’, penso a Sacconi ma anche a Quagliariello e ad altri, che mi ha fatto sentire davvero orgoglioso di essere nel Pdl. E anche pacificato, posso dirlo, con la mia coscienza per avere tante volte girato l’Italia, nelle campagne elettorali, per invitare i cattolici a votare per questo partito”.
Tant’è vero che, come dicono i sospettosi, lei con i suoi amici sta già organizzando una corrente cattolica dentro il Pdl, per pesare di più. Non è così? “Molto di più”, ride. “E’ molto di più che una corrente: è tutta un’altra cosa”. Allora ci spieghi che cosa succederà a Riva del Garda, al raduno nazionale di Rete Italia in programma per il prossimo weekwend. “Rete Italia non è una corrente, è un luogo di riflessione e dibattito aperto a tutto il Pdl e al servizio di tutto il Pdl, di tutte le sue componenti culturali, di chi abbia voglia di discutere. Tant’è vero che, oltre a ministri e deputati, ci saranno politici che nel partito provengono da altre tradizioni politiche e culturali. Vogliamo fare un grande partito? E allora bisogna pensare, studiare, confrontarsi, discutere. Niente a che fare con la vecchia logica delle correnti. Io mi auguro che ci siano dieci, cento, mille Rete Italia”.
Allo stesso tempo, Rete Italia è un po’ lo specchio e il risultato operativo di un’idea di partito e di politica molto attiva, partecipata, quasi movimentista che Formigoni ha da sempre nel suo Dna: “Noi ci ritroviamo due volte all’anno con una grande assemblea, ma poi anche mensilmente a Milano. Ci sono certamente esponenti della politica attiva e amministratori locali; ma ci sono anche uomini del sindacato, della presenza sociale, dell’impresa. E ci sono molti giovani. Gente che ha scelto il Pdl perché lo riconosce come un luogo di lavoro politico libero, costruttivo”. Ma qual è l’idea di base, la filosofia di una realtà come Rete Italia? “Direi il protagonismo dell’uomo e la sussidiarietà. L’uomo e non lo stato – non il partito, non l’ideologia – posto al centro del vivere sociale. E dunque la famiglia, il lavoro, la libertà d’impresa e la sussidarietà e la solidarietà. In questo senso, pensiamo che Rete Italia sia lo spazio ideale per un incontro tra tutti coloro che riconoscono questi valori”.
Quindi non è un tentativo di organizzarsi, all’interno del nascente partito, in base e attorno all’identità cattolica? “No, assolutamente. Non è il partitino di Lepanto, la corrente identitaria. Un’ipotesi che aborrisco. Il tema che ci siamo dati per Riva del Garda è proprio l’opposto, è quello di un possibile dialogo e lavoro comune tra cattolici e laici attorno alla difesa della libertà della persona e della libertà nella società. Vede, noi viviamo ancora aggrappati a una tradizione, pure nobile, che viene dall’illuminismo e che pone al centro lo stato. E’ lo stato hegeliano, in fondo. Noi invece diciamo che il centro oggi deve tornare a essere non più la macchina dello stato o del partito, ma la persona”. Dunque c’entra anche la questione bioetica, impostata attorno al tema della dignità della persona. “Certamente, lo dicevamo prima. Ma guai a ridurre la presenza dei cattolici nella vita politica, o dentro a un partito, ai soli temi etici o bioetici. Primo perché sono di tutti, secondo perché per un cristiano non c’è solo quello. Ci sono la famiglia, il lavoro come massima espressione della persona umana, c’è l’ambiente pensato fuori da un’ideologia catastrofista che ritiene l’uomo causa negativa di tutti i disatri. Rete Italia è nata perché di tutto questo si discuta apertamente anche tra le varie anime del partito”.
Sandro Bondi ha detto di pensare al Pdl come a una nuova Dc di De Gasperi. E’ un’immagine che condivide? “Sì, se intesa nel senso che la Dc – quella di De Gasperi, ma l’idea potrebbe tornare indietro fino a don Sturzo – è stata davvero un grande contenitore, un grande crogiuolo in cui si sono incontrate la cultura cattolica e quella laica del nostro paese. Ed è da quel crogiuolo che sono nate le riforme fondamentali che hanno dato forza all’Italia. Dunque, nel Pantheon del Pdl Sturzo e De Gasperi ci stanno tutti, di diritto. Dopo di che, però, sono passati anche sessant’anni, quell’esperienza è terminata e a questo nuovo progetto, a questo nuovo partito che stiamo costruendo si sono aggiunte altre tradizioni, gli amici An, o quelli che provengono dalla tradizione del riformismo socialista. Ognuno con i propri contributi. Nasciamo con l’ambizione di essere un partito del cinquanta per cento e anche oltre degli italiani, e questo vuol dire che è siamo un grande contenitore dentro cui sono destinate a incontrarsi e a convivere storie e sensibilità diverse. Ma con la consapevolezza di essere il grande partito dei moderati e dei riformatori”. Puntate a essere egemoni? “Non mi piace la parola, ha una derivazione gramsciana”. Però ha ha funzionato… “Certo, ma noi vogliamo mettere insieme tutta la maggioranza moderata italiana”.
A proposito di riforme, viviamo in un periodo in cui il massimo di prospettiva politica possibile sembra essere il “cerchiamo di salvare la pelle dalla crisi”. Spesso sembra mancare una prospettiva più ampia dell’agire politico. Voi invece, a Riva del Garda, parlerete anche di riforme, persino di quelle “impossibili”, come quelle della scuola, della giustizia… “Infatti ci saranno il ministro Gelmini, il ministro Alfano. Ma questo è il punto: l’Italia ha bisogno di riforme, e io credo che noi, il Pdl, abbiamo oggi una grandissima chance, forse unica”. In che senso? “Perché ce n’è urgenza. E perché la sinistra, che si oppone al vero riformismno, è allo sbando. Attenzione, non è per avere o mantenere ‘il potere’, ma per cambiare davvero l’italia, antico sogno berlusconiano, del resto. Dobbiamo renderci conto che negli ultimi decenni l’italia ha sprecato malamente altre occasioni di riforma, momenti in cui si erano aperte chance di cambiamento: negli anni 80, dopo il referendum sulla scala mobile, e poi con il riformismo di Craxi. Tutto sprecato, occasioni sprecate in un paese che attende riforme vere da cinquant’anni. Oggi il Pdl deve essere, assieme alla Lega e ai suoi alleati, la forza del cambiamento. E’ un’occasione storica, dobbiamo essere determinati”.
Ma è anche un momento di crisi difficile, lei è alla guida della regione economicamente più avanzata d’Italia, non sarà ottimista anche su questo fronte? “Non è questione di ottimismo, anche se è un dovere trasmettere una carica positiva. E’ che vedo che abbiamo davanti a noi questa chance di riprendere, cambiare. Se poi mi chiede del paese, anche lì sono ottimista, pur con tutto il realismo del caso. Si dice sempre, ad esempio, che abbiamo un debito pubblico altissimo. Ma abbiamo anche il risparmio privato più alto al mondo, più forte del debito pubblico. E’ qui ad esempio che sta la genialità del piano casa di Berlusconi: convincere la gente a utilizzare il suo risparmio per un bene importante come la casa, facendo ripartire in questo modo l’economia. E poi abbiamo le piccole medie imprese – qui in Lombardia ma non solo – che sono le prime a soffrire ma anche le prime ad avere la forza, la cultura imprenditoriale per reagire. E lo stanno facendo. E abbiamo un sistema bancario che sta soffrendo, ma certo più solido di altri. E abbiamo la genialità, la pragmaticità tipica della cultura e del lavoro italiani. Io dico che ce la possiamo fare. Lo dice anche Obama, ma quasi quasi ci credo di meno, per come sono messi loro”.
Sei milioni di disoccupati annunciati dall’Unione europea, però, sono tanti. Com’è la situazione della sua Lombardia? “In questo momento, e spero non il mio sia non un ‘non ancora’, i dati ci dicono che stiamo meglio di altre regioni. Soprattutto abbiamo messo in piedi un sistema di risposte sociali, di strumenti, che può funzionare. E parlo del grandissimo accordo stato-regioni sugli ammortizzatori sociali che ha messo otto miliardi a disposizione. E attenzione, la grandezza di questo accordo sta anche nel metodo usato: un metodo innovativo che ha coinvolto le regioni, molte delle quali ancora amministrate dalla sinistra, e dunque onore ai loro governatori di aver saputo superare le visioni ideologiche. Mentre a livello nazionale il Pd scatenava l’attacco al governo, mentre Epifani chiamava alla lotta, noi firmavamo un patto da otto miliardi. Senza contare che noi, in Lombardia, siamo stati previdenti e adesso possiamo mettere sul piatto investimenti, cioè spesa pubblica per le infrastrutture, per oltre dieci miliardi di euro. Interamente autofinanziati”.
Buona notizia. Ma è anche vero che le infrastrutture per il nord e per la Lombardia in particolar modo, interessata da questioni-chiave come l’Expo del 2015, finora sono sembrate essere un contenzioso aperto, più che una risorsa. “A giugno apre il cantiere per la Brebemi, autofinanziata; entro fine anno quello della Pedemontana, autofinanziata al 70 per cento; poi partirà la nuova tangenziale di Milano; lì fuori c’è il nuovo grattacielo della Regione, e anche per quello, faticosamente, stiamo seguendo le tabelle di marcia”. Per la verità, i maligni dicono che è l’unico progetto che proceda a spron battuto… “Lo dicano, ma è una balla. Completamente. Abbiamo in costruzione undici nuovi ospedali, di cui dieci stanno procedendo a spron battuto. E settecento interventi di edilizia sanitaria realizati in questi anni. Sono esempi, ma dimostrano un’idea e una cultura politica che tutti possono giudicare”.
E’ la cultura che tutti si augurano di vedere in azione anche per la preparazione dell’Expo del 2015, che dovrebbe essere anche il grande volano per la ripresa economica. Ma finora si è perso quasi un anno. Come giudica la situazione ora? “E’ così, si è perso un anno, è vero. Ma io dico: meglio trovare gli intoppi all’inizio e rimuoverli, che a metà strada quando è più difficile raddrizzare le cose. Ora non c’è più un minuto da perdere, ci sarà una fatica enorme da fare. Ma le risorse che servono sono ormai garantite al novanta per cento, la questione della governance è stata ripensata in un modo che mi sembra sia migliore e più utile per tutti, c’è un ‘tavolo per la Lombardia’ che si è messo al lavoro”.
Tutto a posto, allora? “Mi lasci dire questo: il vero problema, a questo punto, non sono le infrastrutture. Quelle le faremo. Il vero problema è che avremo nel 2015 sei mesi, 180 giorni, da riempire di idee, cultura, fascino, proposte. La vera sfida sarà convincere i cinesi e i canadesi, che potrebbero stare a casa loro, a venirere qui, a vedere che cosa l’Italia e Milano hanno di nuovo da proporre. Altrimenti, avremo le strutture, ma faremo un mezzo fiasco, come a Saragozza. Ci vuole sapore e cultura, ma l’alimentazione e il cibo sono molto di più. Serve la magia dell’evento, è la parte più impegnativa”.