Edilizia libera
Due o tre ragioni per cui “è ridicolo dire no alla cementificazione”
“Fatta salva una fortissima, direi quasi apodittica difesa di quello che è il suolo non ancora costruito, la cui preservazione è uno dei grandi problemi italiani, per il resto un intervento che vada a toccare, o anche a incentivare, piccole trasformazioni in un settore importante e sensibile per le persone come quello della casa sia lecito, e anche opportuno”.

“Fatta salva una fortissima, direi quasi apodittica difesa di quello che è il suolo non ancora costruito, la cui preservazione è uno dei grandi problemi italiani, per il resto un intervento che vada a toccare, o anche a incentivare, piccole trasformazioni in un settore importante e sensibile per le persone come quello della casa sia lecito, e anche opportuno”. Non piacciono invece gli appelli e i “no” assoluti e irrealistici, a Stefano Boeri. Architetto milanese, nonché direttore della rivista “Abitare”, è uno degli architetti più attivi della nuova generazione, con all’attivo idee innovative come quella del “bosco verticale”, un progetto di due grattacieli per Milano sui cui terrazzi, però, cresceranno alberi alti fino a nove metri di altezza. “Se davvero noi architetti vogliamo contribuire alla discussione sulle proposte di legge del governo sulla casa” ha scritto in un intervento mercoledì sulla Stampa, “sarà bene cominciare a fare i conti con quello che, ci piaccia o no, è già accaduto nei territori del nostro paese”. Bisogna essere pragmatici ma anche visionari, dice. Il che non significa, per Boeri, prendere tutto per buono: “Una piccola-grande raccomandazione: non si può parlare di questi temi oggi in Italia senza parlare anche del recupero dello sfitto, abitativo e commerciale, che è l’altra grande emergenza”.
Stefano Boeri, architetto milanese tra i più attivi della generazione dei cinquantenni, è anche pubblicista – dirige la rivista “Abitare” – nonché docente di Progettazione urbana a Venezia e non disdegna gli interventi nel dibattito pubblico, quando si parla di progettazione urbana e di idee per il futuro delle città. L’appello degli architetti contro il piano casa del governo però non l’ha firmato: ha spiegato pubblicamente il perché in un intervento sulla Stampa e al Foglio ripete di essere stufo delle “petizioni ideologiche”. Ribadisce anche la sua visione, improntata al realismo per quanto prudente, e aggiunge che “un intervento che vada a toccare, o anche a incentivare economicamente, piccole trasformazioni in un settore importante e sensibile per le persone come quello della casa è lecito e anche opportuno”. La discriminante necessaria, però, è che serve “una fortissima difesa di quello che è il suolo non ancora costruito, la cui preservazione è uno dei grandi problemi italiani”.
Domanda d’obbligo: come si conciliano le due cose? Molti suoi colleghi paventano disastri per l’ambiente… “Con pragmatismo, ma anche con un po’ di visionarietà. Non si può restare legati a idee astratte, che non rispondono alla realtà e alle necessità. Detto questo, bisogna conciliare l’incentivo legittimo a trasformare, a costruire, con la tutela del poco territorio che ancora non è stato consumato, e che è un’altra grande emergenza. Ed è un problema tipicamente italiano”. Risparmiare territorio, appunto, ma come? “Credo che un intervento legislativo sulla casa non possa essere completo, né ben fatto, se non si prende in considerazione la questione dello sfitto. Prenda Milano: ci sono novantamila appartamenti sfitti, che se fossero recuperati sarebbero anche questi una grande risorsa economica, penso ad esempio alle famiglie. Esiste uno strumento come l’immobiliare sociale, ancora poco diffuso in Italia, ma in una città come Barcellona funziona molto bene, che permette di mettere sul mercato in modo garantito quegli spazi sfitti. Perché non incentivarlo? E poi, sa a quanto ammonta oggi lo sfitto commerciale in una città come Milano?”. No, a quanto? “A una cubatura pari a trenta Pirelloni. Un’enormità. Che è ferma in mancanza di convenienza ad affittare e anche per la troppa rigidità nelle regole di cambio di destinazione. Questo, assieme al recupero edilizio – abitativo o commerciale – di quanto esiste già è l’altra parte di un serio piano casa”.
In Italia, però, c’è una sorta di tabù culturale per cui appena si parla di trasformazione del territorio, di edificazione, si grida alla cementificazione. Che ne pensa? “Che bisogna abbattere la mitologia della cementificazione. Ma per farlo bisogna spiegarsi: se cementificazione significa mangiare nuovo suolo, allora no, non bisogna farlo, se n’è già sprecato troppo in questi decenni. E gli strumenti allora sono quelli detti prima. Ma se è opporsi a costruire recuperando, trasformando le destinazioni d’uso, aumentando la densità urbana in cambio di nuove infrastrutture, dire ‘no alla cementificazione’ è semplicemente ridicolo”.
Prendiamo la questione della densità, appunto. Il nuovo Piano di governo del territorio proposto dal comune di Milano ha suscitato polemiche preventive proprio perché prevede la possibilità di aumentare il coefficiente di edificazione, variandolo soprattutto a seconda delle zone: in quelle di nuova edificazione – come quelle che verranno recuperate dalle aree degli scali ferroviari dismessi – a fronte di una forte infrastrutturazione, sarà possibile costruire di più, rendendo più “densa”, appunto, la città. Lei cosa ne pensa? “Che se questa ipotesi, che è ancora in gestazione e che quindi dovrà essere meglio valutata, è legata davvero a un blocco del consumo del suolo, allora va bene. Il problema delle nostre città, in questi decenni, è stato esattamente l’opposto: si è continuato a costruire, erodendo sempre più suolo, espandendo città sempre più disgregate dal punto di vista degli spazi. Ma ci tengo a ripeterlo: c’è anche tutto lo sfitto da recuperare”.
Prendiamo la questione della densità, appunto. Il nuovo Piano di governo del territorio proposto dal comune di Milano ha suscitato polemiche preventive proprio perché prevede la possibilità di aumentare il coefficiente di edificazione, variandolo soprattutto a seconda delle zone: in quelle di nuova edificazione – come quelle che verranno recuperate dalle aree degli scali ferroviari dismessi – a fronte di una forte infrastrutturazione, sarà possibile costruire di più, rendendo più “densa”, appunto, la città. Lei cosa ne pensa? “Che se questa ipotesi, che è ancora in gestazione e che quindi dovrà essere meglio valutata, è legata davvero a un blocco del consumo del suolo, allora va bene. Il problema delle nostre città, in questi decenni, è stato esattamente l’opposto: si è continuato a costruire, erodendo sempre più suolo, espandendo città sempre più disgregate dal punto di vista degli spazi. Ma ci tengo a ripeterlo: c’è anche tutto lo sfitto da recuperare”.