Libera casa in libero stato
L’intenzione del governo di semplificare l’iter delle licenze edilizie per ristrutturazioni e modesti ampliamenti delle abitazioni private e dei negozi ha suscitato la solita esibizione di indignazione dei presunti difensori della Bell’Italia. Gli ormai attempati mostri sacri dell’architettura e dell’urbanistica scrivono che “le licenze facili e i permessi edilizi fai da te decretano la fine delle nostre malconce istituzioni". Leggi Se il mercato mobiliare va giù, ecco gli immobili che vanno su

L’intenzione del governo di semplificare l’iter delle licenze edilizie per ristrutturazioni e modesti ampliamenti delle abitazioni private e dei negozi ha suscitato la solita esibizione di indignazione dei presunti difensori della Bell’Italia. Gli ormai attempati mostri sacri dell’architettura e dell’urbanistica scrivono che “le licenze facili e i permessi edilizi fai da te decretano la fine delle nostre malconce istituzioni. Il territorio, la città e l’architettura non dipendono da un’anarchia progettuale che non rispetta il contesto, al contrario dipendono dalla civiltà e dalle leggi della comunità”. A parte il riferimento alle leggi, perfettamente legittimo, ma che appunto per questo dovrebbe rispettare la facoltà di legiferare che è del Parlamanto e non degli urbanisti, quella che va esaminata è l’autoattribuzione da parte della cultura della pianificazione urbanistica del “contesto” e della “civiltà”.
Il contesto è una società fatta da cittadini che in grande maggioranza hanno fatto sacrifici decennali per comprarsi un’abitazione, che combattono ogni giorno contro un sistema autorizzativo vessatorio, ai quali si offre la possibilità in una fase di blocco produttivo di mettere in circolo i propri risparmi per migliorare un po’ la loro condizione abitativa. Questa non è la fine delle istituzioni, è la fine di un’utopia pianificatoria che sognava di usare i vincoli urbanistici per definire dall’esterno e dall’alto di una presunta superiorità etica ed estetica le prospettive dell’economia e il modo di vita dei cittadini.
Nella pratica la conseguenza di quell’impostazione è stata la defatigante contrattazione dell’urbanistica, la creazione di potentati negli interstizi di questo sistema, per quel che riguarda le operazioni di una certa ampiezza, e l’invasione dell’edilizia dei geometri, anch’essa contrattata a livelli più bassi ma con effetti non meno devastanti. Il risultato dell’utopia pianificatoria è sotto gli occhi di tutti, ma i suoi cultori insistono nella difesa di una loro funzione civile che si è degradata a corporazione spesso parassitaria. Ora che anche il mercato non esprime più la forte richiesta di costruzioni che l’urbanistica pianificatrice (diversa da quella regolatrice, che è necessaria) considerava il terreno per esercitare i suoi poteri selettivi e la burocrazia connessa a quelli vessatori, le “leggi della comunità” puntano a riattivare una domanda utile alla ripresa economica, quelle della comunità nazionale che ha espressione nel Parlamento, non in qualche associazione di urbanisti.