Veneziani e Barbieri
Il cristianesimo è vulnerabile, ma le misericordine tengono botta/2
Tutti hanno criticato lo spettacolo indecente della politica che si avventa sul dramma Englaro e specula sulla morte di una donna. Lasciate che io esprima un’opinione totalmente discorde: ho visto la politica finalmente pronunciarsi su temi concreti, alti ed essenziali che riguardano la vita e la morte. Leggi gli interventi di Ventorino e Introvigne - Leggi l'intervista di Giancarlo Cesana a Tempi - Leggi Il cristianesimo si ritrova ora solo e vulnerabile di Giuliano Ferrara

In difesa della politica
Al direttore - Tutti hanno criticato lo spettacolo indecente della politica che si avventa sul dramma Englaro e specula sulla morte di una donna. Lasciate che io esprima un’opinione totalmente discorde: ho visto la politica finalmente pronunciarsi su temi concreti, alti ed essenziali che riguardano la vita e la morte. Ma come, critichiamo la politica ridotta a teatrino e interessi personali, condanniamo giustamente la politica occupata solo a gestire il potere, a dividersi gli utili e a scannarsi per le poltrone, e una volta che entra la dimensione etica, religiosa, civile, drammatica dell’esistenza umana, ci indigniamo? Non fraintendete, non sto auspicando l’appalto pubblico dei sentimenti privati, la politicizzazione della morte, l’uso elettorale di aborti, eutanasie, malattie e tragedie. Io sto dicendo che la politica sale di livello, ad altezza d’uomo, quando smette di dividersi su interessi di bottega e affronta quel che ormai si chiama da Foucault in poi, la biopolitica. Finite le ideologie, non possiamo dividere la politica solo su basi giudiziarie o su conflitti malavitosi tra affaristi; la politica assume contenuti e concretezza quando si occupa del diritto alla vita e alla morte, di religione civile e di etica, di famiglia e coppie, di aborto e di eutanasia, di droga e di violenza ai minori, alle donne, nei quartieri. Sul tema specifico sollevato dal caso Eluana, lasciate che io esprima un’idea non condivisa né dai guelfi né dai ghibellini. Penso che ogni evento significativo della vita investa una dimensione personale e una comunitaria. E non si può sopprimere una o l’altra; esiste una tensione dialettica inevitabile, a volte drammatica, tra la sfera pubblica e la sfera privata. Io credo che a livello personale, davanti all’agonia infinita di una vita, davanti alla sua perdita irreversibile di coscienza e di dignità, possa insorgere una scelta, che forse è una tentazione, non cristiana, ma umana, molto umana, di non prolungare l’esistenza. Una scelta del genere può avere pure un significato alto, che chiamerò stoico, nobilmente pagano: non insistere a difendere la sopravvivenza a ogni costo ma riconoscere una soglia di dignità, di accettabilità e di stanchezza. La capisco, la rispetto, non mi sento di chiamare assassino chi lo pensa, se lo pensa sulla propria vita o su una vita a lui strettamente intrecciata, di cui per una sorte eccezionale e drammatica, esercita supplenza di sovranità. In quel caso estremo capisco che decida di interrompere la vita, di non accanirsi a difenderne il prolungamento. Ma si assume tutta la responsabilità dell’atto. Una giustizia vera ma animata da pietas, saprà condannare l’atto, ma se sono vere tutte le circostanze addotte, saprà pure sospendere sine die l’esecuzione della pena. Credo infatti che passando dalla dimensione privata e personale alla dimensione comunitaria, pubblica, sia essa sul piano sanitario che sul piano giudiziario, ma anche sul piano legislativo, la salvaguardia della vita, e il soccorso, sia il dovere primo e assoluto. Non perché la legge ti espropria della sovranità sulla tua vita, ma perché una vera comunità ha il dovere di soccorrere una vita, assisterla e prolungarla, fino a che ci sarà un pur flebile alito di vita e di speranza. E’ contraddittoria, schizofrenica questa divaricazione tra il personale e il comunitario? Può darsi ma non vedo soluzione migliore o alternativa dal punto di vista umano e civile, sul piano della vita o dei valori. E’ il punto di mediazione più alto tra i diritti sacrosanti della vita e il diritto sacrosanto alla vita, tra diritti e doveri, tra libertà e responsabilità, tra pubblico e privato. La comunità ti vuole vivo, e difende la tua vita, persino da te stesso; ma alla fine sei tu, morente o tu famigliare del morente che ne fai le veci, a decidere, e ad assumerti la responsabilità suprema. Nel caso Englaro, il padre avrebbe dovuto assumersi lui la responsabilità della decisione finale, senza fare di sua figlia una testimonial di una lunga campagna pro eutanasia. E un giudice giusto e misericordioso avrebbe dovuto condannarlo e insieme sospendere la pena, per sancire la condanna della comunità di fronte a un atto che ha spento una vita; ma il rispetto, l’umana pietà, verso chi ha compiuto questo gesto disperato nella convinzione suprema di tutelare la dignità di quella vita e risparmiarle l’eventuale sofferenza. Il governo, da parte, sua, ha fatto bene a pronunciarsi dalla parte della vita; può aver sbagliato procedura, ma non ha sbagliato scelta di fondo. E poi sappiamo bene che si usano questi casi limite, drammatici, per allargare poi l’interruzione di vita, come l’interruzione di gravidanza, ben oltre i casi straordinari come Eluana. Quel che si può rimproverare all’iniziativa del governo è solo il ritardo; una legge come quella andava proposta al Parlamento e varata molto prima. Ma per non dividere i propri schieramenti né la destra né la sinistra avevano finora osato prendere posizione; l’errore però non è essersi pronunciati, ma averlo fatto troppo tardi. Il cinismo era in quel silenzio, non nell’assumersi la responsabilità di pronunciarsi. Perciò a me non è parso un imbarbarimento quella disputa, se non in alcuni toni; ma un innalzamento della politica all’altezza della vita e dei suoi limiti. Se la politica è il luogo che regola il con-vivere, è giusto che affronti le decisioni che riguardano la vita insieme, fino alla morte. Perché la politica non è tecnica o pura gestione, ma dovrebbe essere il luogo in cui si mediano e si rappresentano valori e interessi, bisogni e sentimenti. E’ la sua umanità.
Marcello Veneziani
Al direttore - Tutti hanno criticato lo spettacolo indecente della politica che si avventa sul dramma Englaro e specula sulla morte di una donna. Lasciate che io esprima un’opinione totalmente discorde: ho visto la politica finalmente pronunciarsi su temi concreti, alti ed essenziali che riguardano la vita e la morte. Ma come, critichiamo la politica ridotta a teatrino e interessi personali, condanniamo giustamente la politica occupata solo a gestire il potere, a dividersi gli utili e a scannarsi per le poltrone, e una volta che entra la dimensione etica, religiosa, civile, drammatica dell’esistenza umana, ci indigniamo? Non fraintendete, non sto auspicando l’appalto pubblico dei sentimenti privati, la politicizzazione della morte, l’uso elettorale di aborti, eutanasie, malattie e tragedie. Io sto dicendo che la politica sale di livello, ad altezza d’uomo, quando smette di dividersi su interessi di bottega e affronta quel che ormai si chiama da Foucault in poi, la biopolitica. Finite le ideologie, non possiamo dividere la politica solo su basi giudiziarie o su conflitti malavitosi tra affaristi; la politica assume contenuti e concretezza quando si occupa del diritto alla vita e alla morte, di religione civile e di etica, di famiglia e coppie, di aborto e di eutanasia, di droga e di violenza ai minori, alle donne, nei quartieri. Sul tema specifico sollevato dal caso Eluana, lasciate che io esprima un’idea non condivisa né dai guelfi né dai ghibellini. Penso che ogni evento significativo della vita investa una dimensione personale e una comunitaria. E non si può sopprimere una o l’altra; esiste una tensione dialettica inevitabile, a volte drammatica, tra la sfera pubblica e la sfera privata. Io credo che a livello personale, davanti all’agonia infinita di una vita, davanti alla sua perdita irreversibile di coscienza e di dignità, possa insorgere una scelta, che forse è una tentazione, non cristiana, ma umana, molto umana, di non prolungare l’esistenza. Una scelta del genere può avere pure un significato alto, che chiamerò stoico, nobilmente pagano: non insistere a difendere la sopravvivenza a ogni costo ma riconoscere una soglia di dignità, di accettabilità e di stanchezza. La capisco, la rispetto, non mi sento di chiamare assassino chi lo pensa, se lo pensa sulla propria vita o su una vita a lui strettamente intrecciata, di cui per una sorte eccezionale e drammatica, esercita supplenza di sovranità. In quel caso estremo capisco che decida di interrompere la vita, di non accanirsi a difenderne il prolungamento. Ma si assume tutta la responsabilità dell’atto. Una giustizia vera ma animata da pietas, saprà condannare l’atto, ma se sono vere tutte le circostanze addotte, saprà pure sospendere sine die l’esecuzione della pena. Credo infatti che passando dalla dimensione privata e personale alla dimensione comunitaria, pubblica, sia essa sul piano sanitario che sul piano giudiziario, ma anche sul piano legislativo, la salvaguardia della vita, e il soccorso, sia il dovere primo e assoluto. Non perché la legge ti espropria della sovranità sulla tua vita, ma perché una vera comunità ha il dovere di soccorrere una vita, assisterla e prolungarla, fino a che ci sarà un pur flebile alito di vita e di speranza. E’ contraddittoria, schizofrenica questa divaricazione tra il personale e il comunitario? Può darsi ma non vedo soluzione migliore o alternativa dal punto di vista umano e civile, sul piano della vita o dei valori. E’ il punto di mediazione più alto tra i diritti sacrosanti della vita e il diritto sacrosanto alla vita, tra diritti e doveri, tra libertà e responsabilità, tra pubblico e privato. La comunità ti vuole vivo, e difende la tua vita, persino da te stesso; ma alla fine sei tu, morente o tu famigliare del morente che ne fai le veci, a decidere, e ad assumerti la responsabilità suprema. Nel caso Englaro, il padre avrebbe dovuto assumersi lui la responsabilità della decisione finale, senza fare di sua figlia una testimonial di una lunga campagna pro eutanasia. E un giudice giusto e misericordioso avrebbe dovuto condannarlo e insieme sospendere la pena, per sancire la condanna della comunità di fronte a un atto che ha spento una vita; ma il rispetto, l’umana pietà, verso chi ha compiuto questo gesto disperato nella convinzione suprema di tutelare la dignità di quella vita e risparmiarle l’eventuale sofferenza. Il governo, da parte, sua, ha fatto bene a pronunciarsi dalla parte della vita; può aver sbagliato procedura, ma non ha sbagliato scelta di fondo. E poi sappiamo bene che si usano questi casi limite, drammatici, per allargare poi l’interruzione di vita, come l’interruzione di gravidanza, ben oltre i casi straordinari come Eluana. Quel che si può rimproverare all’iniziativa del governo è solo il ritardo; una legge come quella andava proposta al Parlamento e varata molto prima. Ma per non dividere i propri schieramenti né la destra né la sinistra avevano finora osato prendere posizione; l’errore però non è essersi pronunciati, ma averlo fatto troppo tardi. Il cinismo era in quel silenzio, non nell’assumersi la responsabilità di pronunciarsi. Perciò a me non è parso un imbarbarimento quella disputa, se non in alcuni toni; ma un innalzamento della politica all’altezza della vita e dei suoi limiti. Se la politica è il luogo che regola il con-vivere, è giusto che affronti le decisioni che riguardano la vita insieme, fino alla morte. Perché la politica non è tecnica o pura gestione, ma dovrebbe essere il luogo in cui si mediano e si rappresentano valori e interessi, bisogni e sentimenti. E’ la sua umanità.
Marcello Veneziani
Il fatto e il simbolo
Al direttore - C’è differenza tra chi si accontenta di avere dinnanzi un fatto, e chi lo organizza immediatamente in simbolo. Il fatto è portatore di mistero e di stupore. Il simbolo si inserisce in un sistema di senso, di comprensione, in qualche modo di giustificazione. Prima e dopo l’uccisione – guai ad avere paura delle parole – di Eluana Englaro c’è chi si è fermato al fatto. E chi lo ha trasformato in un simbolo. Preferite “bandiera”? Ma anche tra coloro che fanno parte di questa seconda schiera c’è una distinzione: c’è chi lo ha fatto in modo trasparente e chi si è riparato dietro la retorica dell’inconsapevolezza, pur perseguendo un forte sistema di senso. Coloro che si sono fermati al “fatto” hanno parlato poco. Hanno sofferto, sperato, partecipato, ma in loro ha prevalso il silenzio. Interrotto solo dalla testimonianza della loro aderenza al mistero Eluana. Ed è giusto ricordare che la natura del mistero Eluana non nasce 17 anni fa, dopo l’incidente stradale, ma quasi vent’anni prima, quando Eluana nacque da Beppino e Saturnia: o qualcuno pensa che la vita di una donna o di un uomo sia qualcosa d’altro, se non un mistero? Le suore misericordine di Lecco sono l’esempio più evidente di chi ha vissuto il mistero di Eluana come un “fatto”. E lì si è fermato. L’hanno vista nascere, in quella clinica della vita; se la sono vista strappare, perché fosse trasportata nella clinica della morte. Dalle loro mani era scappata la vitalità di una bambina, alle loro mani era stata riconsegnata la staticità di una ragazza-donna irraggiungibile alle modalità note di comunicazione fisiologica e intellettuale. Accanto alle suore – magari non fisicamente – migliaia di donne e uomini che non si interrogano sulla “buona vita” o sulla “buona morte”, si sono fermati al “fatto”, portati più semplicemente a distinguere tra vita e morte, tra il battito di un cuore e la sua assenza. L’aderenza ai “fatti” non si sottrae al dolore. E soprattutto non pretende di sottrarre il dolore alla vita. E’ il dolore che prima o poi esce dalla vita, mai la vita dal dolore. Samuel Johnson l’aveva spiegato così: “Ogni dolore che nel corso della natura non può sperare rimedio, in breve si consuma; in taluni più rapidamente; in altri più lentamente. Ma non si prolunga mai per troppo tempo, a meno che non si tratti di follia. Solo se la causa del nostro affanno ci riporta alla nostra immoralità, così che al dolore si mescola il rimorso, dovrà essere duraturo”. Anche da queste parole nasce la diffidenza in chi invoca dolori perenni, frutto di follia o di rimorsi. Appunto. Poi ci sono coloro – io credo che in fondo si sia trattato di una minoranza, anche se una grande e rumorosa minoranza – che non si sono fermati al mistero di Eluana. E hanno innalzato le bandiere. Intendiamoci, di per sé la cosa non mi pare scandalosa. L’uomo ha fame di senso quanto ha bisogno di acqua e di pane. Guai a chi vuole togliere senso, acqua e pane! E chi insegue il senso deve organizzare un sistema in cui il valore diventa struttura civile, sociale, politica. La vita e la morte di un uomo e di una donna, oltre al mistero di cui è intriso, può – e deve – diventare “Occasione di una sensibile e consapevole riflessione comune”. Ma perché la bandiera, il simbolo, è lecito solo se a costruirlo sono le parole – post mortem – di Giorgio Napolitano? La vita e la morte di Eluana diventano “occasione” di che cosa? Di un dibattito prodromico all’eutanasia? Di una “riflessione comune” sul testamento biologico? Ma allora chi era a speculare sulla vita di Eluana e sulla sua morte provocata? La morte di Eluana non è intervenuta naturalmente, e non c’è protocollo medico o giudiziario che possa trasformare un’uccisione in un eufemismo. E chi si è opposto al sistema di senso mortifero e nullista che si stava – si sta – producendo, perché è stato tacciato di crudeltà illiberale e liberticida? A meno che la libertà non sia sempre quella di qualcuno, contro quella di qualcun altro. Se il gelido e inopportuno commento del presidente della Repubblica, a nemmeno 24 ore dalla morte provocata di Eluana Englaro – lo ripeto, me lo riscrivo, non voglio dimenticarlo: “occasione di una sensibile e consapevole riflessione comune” – è giudicato legittimo, perché allora è stato oltraggiato, ostacolato, irriso il tentativo del governo e della maggioranza del Parlamento di legiferare in difesa della vita, di quella forma di vita in cui il mistero (la sorte, il caso, la provvidenza, la scienza medica che si preoccupa di evitare la morte in difesa della vita qualunque sia) aveva posto Eluana Englaro? E’ lecito prepararsi a fare una legge sull’eutanasia e non in favore di una vita? Tante sciocchezze sono state dette, come quella secondo cui non si sarebbe mai dovuta fare una legge “per una persona”. Come se tante leggi – basta rammentare la cosiddetta legge Bacchelli? – non fossero state prodotte sull’onda di una emergenza personale, individuale. Anche in quei casi si approfittò dell’ “occasione di una sensibile e consapevole riflessione comune”. Che poi il signor Beppino Englaro, padre biologico e tutore di Eluana, delirando, abbia detto di aver fatto tutto questo “da solo” mi importa poco. Che dichiari di stare “un po’ meglio” mi importa ancor meno. La prima affermazione è la negazione dell’evidenza di cui ci ha reso testimoni in questi anni di voluta, esibita, insistita “battaglia culturale”, in qualche modo finalizzata – consapevolmente o inconsapevolmente – a quella “riflessione comune” indotta e suggerita dalla cultura atea che persegue la legittimazione dell’eutanasia. Anche in questo caso: perché temere le parole? Il fatto che lui stia meglio è forse più credibile. Tutti coloro che conseguono un obiettivo inseguito da anni, una volta raggiunto, “stanno meglio”. Il signor Beppino Englaro ha vinto la sua battaglia. E con lui hanno vinto coloro che non l’hanno lasciato solo, ma che sostenendo il suo intento personale – che poi il suo dolore lungo 17 anni sia frutto di follia o di rimorso, a questo punto, è affar suo – sono riusciti finalmente a trasformare l’uccisione di una donna di nome Eluana Englaro nell’“occasione di una sensibile e consapevole riflessione comune”. Sull’eutanasia, passando dal testamento biologico.
Marco Barbieri
Al direttore - C’è differenza tra chi si accontenta di avere dinnanzi un fatto, e chi lo organizza immediatamente in simbolo. Il fatto è portatore di mistero e di stupore. Il simbolo si inserisce in un sistema di senso, di comprensione, in qualche modo di giustificazione. Prima e dopo l’uccisione – guai ad avere paura delle parole – di Eluana Englaro c’è chi si è fermato al fatto. E chi lo ha trasformato in un simbolo. Preferite “bandiera”? Ma anche tra coloro che fanno parte di questa seconda schiera c’è una distinzione: c’è chi lo ha fatto in modo trasparente e chi si è riparato dietro la retorica dell’inconsapevolezza, pur perseguendo un forte sistema di senso. Coloro che si sono fermati al “fatto” hanno parlato poco. Hanno sofferto, sperato, partecipato, ma in loro ha prevalso il silenzio. Interrotto solo dalla testimonianza della loro aderenza al mistero Eluana. Ed è giusto ricordare che la natura del mistero Eluana non nasce 17 anni fa, dopo l’incidente stradale, ma quasi vent’anni prima, quando Eluana nacque da Beppino e Saturnia: o qualcuno pensa che la vita di una donna o di un uomo sia qualcosa d’altro, se non un mistero? Le suore misericordine di Lecco sono l’esempio più evidente di chi ha vissuto il mistero di Eluana come un “fatto”. E lì si è fermato. L’hanno vista nascere, in quella clinica della vita; se la sono vista strappare, perché fosse trasportata nella clinica della morte. Dalle loro mani era scappata la vitalità di una bambina, alle loro mani era stata riconsegnata la staticità di una ragazza-donna irraggiungibile alle modalità note di comunicazione fisiologica e intellettuale. Accanto alle suore – magari non fisicamente – migliaia di donne e uomini che non si interrogano sulla “buona vita” o sulla “buona morte”, si sono fermati al “fatto”, portati più semplicemente a distinguere tra vita e morte, tra il battito di un cuore e la sua assenza. L’aderenza ai “fatti” non si sottrae al dolore. E soprattutto non pretende di sottrarre il dolore alla vita. E’ il dolore che prima o poi esce dalla vita, mai la vita dal dolore. Samuel Johnson l’aveva spiegato così: “Ogni dolore che nel corso della natura non può sperare rimedio, in breve si consuma; in taluni più rapidamente; in altri più lentamente. Ma non si prolunga mai per troppo tempo, a meno che non si tratti di follia. Solo se la causa del nostro affanno ci riporta alla nostra immoralità, così che al dolore si mescola il rimorso, dovrà essere duraturo”. Anche da queste parole nasce la diffidenza in chi invoca dolori perenni, frutto di follia o di rimorsi. Appunto. Poi ci sono coloro – io credo che in fondo si sia trattato di una minoranza, anche se una grande e rumorosa minoranza – che non si sono fermati al mistero di Eluana. E hanno innalzato le bandiere. Intendiamoci, di per sé la cosa non mi pare scandalosa. L’uomo ha fame di senso quanto ha bisogno di acqua e di pane. Guai a chi vuole togliere senso, acqua e pane! E chi insegue il senso deve organizzare un sistema in cui il valore diventa struttura civile, sociale, politica. La vita e la morte di un uomo e di una donna, oltre al mistero di cui è intriso, può – e deve – diventare “Occasione di una sensibile e consapevole riflessione comune”. Ma perché la bandiera, il simbolo, è lecito solo se a costruirlo sono le parole – post mortem – di Giorgio Napolitano? La vita e la morte di Eluana diventano “occasione” di che cosa? Di un dibattito prodromico all’eutanasia? Di una “riflessione comune” sul testamento biologico? Ma allora chi era a speculare sulla vita di Eluana e sulla sua morte provocata? La morte di Eluana non è intervenuta naturalmente, e non c’è protocollo medico o giudiziario che possa trasformare un’uccisione in un eufemismo. E chi si è opposto al sistema di senso mortifero e nullista che si stava – si sta – producendo, perché è stato tacciato di crudeltà illiberale e liberticida? A meno che la libertà non sia sempre quella di qualcuno, contro quella di qualcun altro. Se il gelido e inopportuno commento del presidente della Repubblica, a nemmeno 24 ore dalla morte provocata di Eluana Englaro – lo ripeto, me lo riscrivo, non voglio dimenticarlo: “occasione di una sensibile e consapevole riflessione comune” – è giudicato legittimo, perché allora è stato oltraggiato, ostacolato, irriso il tentativo del governo e della maggioranza del Parlamento di legiferare in difesa della vita, di quella forma di vita in cui il mistero (la sorte, il caso, la provvidenza, la scienza medica che si preoccupa di evitare la morte in difesa della vita qualunque sia) aveva posto Eluana Englaro? E’ lecito prepararsi a fare una legge sull’eutanasia e non in favore di una vita? Tante sciocchezze sono state dette, come quella secondo cui non si sarebbe mai dovuta fare una legge “per una persona”. Come se tante leggi – basta rammentare la cosiddetta legge Bacchelli? – non fossero state prodotte sull’onda di una emergenza personale, individuale. Anche in quei casi si approfittò dell’ “occasione di una sensibile e consapevole riflessione comune”. Che poi il signor Beppino Englaro, padre biologico e tutore di Eluana, delirando, abbia detto di aver fatto tutto questo “da solo” mi importa poco. Che dichiari di stare “un po’ meglio” mi importa ancor meno. La prima affermazione è la negazione dell’evidenza di cui ci ha reso testimoni in questi anni di voluta, esibita, insistita “battaglia culturale”, in qualche modo finalizzata – consapevolmente o inconsapevolmente – a quella “riflessione comune” indotta e suggerita dalla cultura atea che persegue la legittimazione dell’eutanasia. Anche in questo caso: perché temere le parole? Il fatto che lui stia meglio è forse più credibile. Tutti coloro che conseguono un obiettivo inseguito da anni, una volta raggiunto, “stanno meglio”. Il signor Beppino Englaro ha vinto la sua battaglia. E con lui hanno vinto coloro che non l’hanno lasciato solo, ma che sostenendo il suo intento personale – che poi il suo dolore lungo 17 anni sia frutto di follia o di rimorso, a questo punto, è affar suo – sono riusciti finalmente a trasformare l’uccisione di una donna di nome Eluana Englaro nell’“occasione di una sensibile e consapevole riflessione comune”. Sull’eutanasia, passando dal testamento biologico.
Marco Barbieri
Leggi gli interventi di Ventorino e Introvigne - Leggi l'intervista di Giancarlo Cesana a Tempi - Leggi Il cristianesimo si ritrova ora solo e vulnerabile di Giuliano Ferrara