Perché perdiamo

Maurizio Mori, presidente della Consulta di bioetica, ha scritto sull’Unità che “Eluana ha rotto l’incantesimo della sacralità della vita”. E’ l’essenza della vicenda: il caso Englaro ha spazzato via ciò che rimaneva di due millenni di civiltà costruita proprio sulla sacralità della vita intesa come “dono sempre buono in sé” introdotta dal cristianesimo
11 FEB 09
Ultimo aggiornamento: 10:41 | 24 AGO 20
Immagine di Perché perdiamo
Maurizio Mori, presidente della Consulta di bioetica, ha scritto sull’Unità che “Eluana ha rotto l’incantesimo della sacralità della vita”. E’ l’essenza della vicenda: il caso Englaro ha spazzato via ciò che rimaneva di due millenni di civiltà costruita proprio sulla sacralità della vita intesa come “dono sempre buono in sé” introdotta dal cristianesimo. Le conseguenze di questa tabula rasa non riguarderanno solo i cristiani. Ma di certo l’immagine del giorno dopo – segnalata da vari editorialisti e puntualmente registrata nell’opinione pubblica corrente – è quella di una Chiesa non solo vulnerata – era già successo in passato – ma come vittima della sua stessa vulnerabilità. Di fronte all’attacco frontale reso esplicito da Mori, la chiesa non ha saputo opporsi o comunicare in modo convincente la sua posizione, è anzi stata additata come nemica del bene comune e dell’umanità. Non ha saputo far suonare le sue campane, né proporre un gesto di preghiera pubblica e nazionale. Le prese di posizione della gerarchia (non sempre coordinate, tra i toni aspri del cardinale Martino e le telefonate al Quirinale della segreteria di stato) sono state attutite nella pratica dalla melliflua retorica delle richieste di silenzio, che ha accomunato i parroci di tutta Italia al vescovo della più grande diocesi del mondo. Oppure dai silenzi veri e propri di gran parte del laicato e di quasi tutti gli intellettuali cattolici. Su tutto si è stesa come foschia la retorica di una “libertà di coscienza” trasformata nella foglia di fico del cedimento al pensiero corrente di quelli che la storica Marta Sordi chiama “i cattolici dei distinguo”. Se per certo tempo la chiesa ruiniana è sembrata battagliera e a tratti trionfante, il caso Englaro ha segnato la fine di un’epoca.
Da dove nasce questa vulnerabilità? Marta Sordi, che ha dedicato molti studi al cristianesimo antico e a come abbia saputo valorizzare il paganesimo creando un nuovo umanesimo, indica l’indubbia eccezionalità emotiva del caso: “La chiesa la sua voce l’ha fatta sentire per ciò che è nelle sue possibilità, cioè parlare alle coscienze. Ma non può certo imporre leggi”. Preferisce però puntare sull’ottimismo: “Questa volta l’impressione suscitata è stata così forte che spero serva a risvegliare le coscienze di tanti, soprattutto dei cattolici del distinguo. E infatti mi sembra che stavolta nella chiesa le voci di dissenso siano state molte meno”. Michele Lenoci, ordinario di Filosofia contemporanea alla Cattolica, distingue tra “l’essere vincenti sul piano politico-pubblico, che può anche derivare soltanto da una buona tattica, e l’essere convincenti, che è la questione molto più grave e di lungo periodo della chiesa”. Non è da oggi, insomma, che bisogna datare i segni di debolezza del cattolicesimo. Sabato scorso Lenoci era tra i relatori del convegno “Il caso E in Italia. Eluana, Eutanasia, Eversione”, organizzato dal Centro di Bioetica del suo ateneo: in verità, è stata una delle rare iniziative di rilievo pubblico che la cultura cattolica abbia saputo proporre in questo frangente.
“E’ indubbio che ci sia oggi una debolezza di consapevolezza e formazione, non tanto nella chiesa ma piuttosto nei suoi ‘intellettuali’, che poi diventa debolezza di incidenza pubblica”, spiega. “Prendiamo questo caso, ci sono cose su cui i vecchi moralisti avevano le idee ben chiare. Oggi invece una certa educazione non è più coltivata. Oggi la chiesa usa molte metafore, la vita come ‘dono’, la ‘coscienza’, ma i concetti sono più forti delle metafore. La coscienza va rispettata, certo, ma non può essere la metafora per dare ragione a tutti. E poi, un nemico acuto le tue metafore le sgonfia come un pallone. L’unico rimedio sta in una seria educazione”. Sacerdote e saggista, don Francesco Ventorino approfondisce ulteriormente i motivi di una vulnerabilità “che è del popolo cristiano”. Riflette: “Più che la domanda sul perché la chiesa non faccia delle battaglie culturali, io farei la domanda sul perché le perda quasi sempre. E la risposta è perché non c’è più un popolo cristiano che quelle verità cristiane le incarni, ne sappia dare ragione in una società in cui il cristianesimo è minoranza. La voce dei vescovi si è anche alzata, ma non è alzando la voce che si vincono le battaglie culturali. Si vincerebbero, semmai, se ci fosse un popolo con un’adeguata coscienza culturale della propria fede. Ma manca il popolo e manca la cultura”.