ITALIANS

2 FEB 09
Ultimo aggiornamento: 08:32 | 14 AGO 20
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Nasce un nuovo genere, la commedia all’italiana edificante. Giovanni Veronesi sembrava partito con le migliori intenzioni, aprendo il film su una citazione dal New York Times: “Gli italiani sono il popolo che suona di più al metal detector” (anche il popolo che applaude i piloti dopo ogni atterraggio su una normale pista senza vento e con ottima visibilità, mica sull’Hudson, dopo che uno stormo di uccelli impiccioni hanno distrutto un motore). La risata e lo sfottò durano poco. Alberto Sordi e Dino Risi distolgono pudicamente lo sguardo, e intanto si consultano con il loro legale in paradiso: “ci sarà un modo per far cessare questi delitti commessi in nome nostro?”. Il primo dei due episodi non è ancora finito – contrabbando di Ferrari, che sono patrimonio dell’umanità, e primo gigantesco product placement, molti altri seguiranno – che già l’autista Sergio Castellitto e il navigatore Riccardo Scamarcio hanno trovato il modo di fare del bene, perché gli italiani hanno il cuore grande, e pur con il mutuo da pagare pensano alle povere ragazze velate. Siamo appena a metà del secondo – convegno di dentisti a San Pietroburgo, con gran via vai di mignotte chiamate “nipotine” – e già cominciamo a sospettare come Carlo Verdone curerà la sua depressione da ricco professionista. Prenderà qualche straccio e un vecchio stivale, li disporrà sul prato, e spiegherà l’Italia e i suoi dialetti agli orfani russi che gli hanno appena pisciato nelle scarpe. Non si dà infatti commedia all’italiana dove non pisciano, e la commedia all’italiana edificante non fa eccezione: Riccardo Scamarcio e Sergio Castellitto avevano ottemperato all’obbligo nel deserto saudita. Va detto, bisogna essere giusti, che Verdone e Castellitto recitano con una precisione di tempi comici rara a vedersi. Dal primo lo aspettavamo, dal secondo – solitamente cupo, con lo stesso sguardo intenso, nelle “Cronache di Narnia” come in “Non ti muovere” - è una sorpresa. Abbiamo guardato Riccardo Scamarcio con in mente una sua intervista su Vanity Fair. Deplorava il cialtronismo della classe politica, contrapposto alla serietà del suo lavoro d’attore, e aggiungeva: “Se io vado sul set e non sono all’altezza, mi licenziano”. Potrebbe capitare all’estero, non da noi, anche i registi italiani hanno un cuore grande così.