I bailout all'italiana

La riforma dei contratti è un passo avanti verso la modernità, così come lo sono stati il Patto per l’Italia del 2002, da cui è scaturita la Legge Biagi, e l’accordo sulla scala mobile nel 1984, che avviò un lungo periodo di benessere economico. La coincidenza che in ciascuno di questi tre casi la Cgil non abbia voluto far parte dei firmatari la dice lunga sul suo “conservatorismo’’.
30 GEN 09
Ultimo aggiornamento: 21:28 | 8 AGO 20
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Conversando con il Foglio, Sacconi porta come esempio il Patto per l’Italia del 2002, firmato da Cisl e Uil senza la Cgil e, secondo un’opinione diffusa, rimasto poi – anche per questo – sostanzialmente inapplicato. “In realtà – osserva Sacconi – proprio da quel Patto nasce la Legge Biagi, che si è rivelata così giusta da essere riconfermata anche dal governo Prodi’’. Si può obiettare che una legge è differente dalla contrattazione, materia di competenza delle parti sociali e, dunque, più complicata se una delle parti non sta al gioco. Ma rispetto all’eventualità che la confederazione di Corso Italia passi all’attacco, presentandosi ai rinnovi contrattuali con le proprie piattaforme autonome – provocando di fatto un caos temuto dalle imprese – il ministro osserva che, anche questa, non sarebbe una novità: “E’ da tempo che la Cgil viaggia per conto proprio. Degli ultimi contratti dei metalmeccanici, due su tre sono stati conclusi senza la Fiom. Inoltre, la Cgil non ha firmato il contratto del commercio né quelli del pubblico impiego. Però si sono fatti ugualmente’’. Il punto è un altro, secondo il ministro: “C’è indubbiamente un conflitto che sarebbe stato meglio non ci fosse. Ma occorre rendersi conto che il mondo va avanti anche senza la Cgil’’.
Tuttavia, c’è differenza anche tra la mancata sottoscrizione di un’intesa e il presentarsi sistematicamente ai rinnovi contrattuali con una propria proposta, come sta accadendo nel settore delle telecomunicazioni e come, secondo le intenzioni del sindacato capitanato da Epifani, potrebbe accadere da oggi in avanti per gli altri contratti: “E’ vero, per le tlc ci sono al momento tre piattaforme diverse. Ciò non toglie che durante il confronto sia possibile trovare un’intesa sui contenuti accettata da tutti. A riprova che anche dopo gli accordi separati la vita continua’’. Secondo il ministro il problema è puramente teorico, tanto che non se lo pone nessuno: come dimostra il fatto che le strutture della Confindustria sono “compattamente favorevoli’’ alla riforma e che, per contro, nella Cgil ci sarebbero posizioni diverse: a fronte della chiusura della confederazione si rileva infatti l’interesse di categorie particolarmente pragmatiche, come i chimici, nei confronti delle nuove regole.
Sacconi ricorda che, comunque, “in Italia le relazioni sindacali sono libere e responsabili e ciascuno può proporsi come interlocutore: la Cgil come l’Ugl’’. Nel caso di uno scontro, tuttavia, i rapporti di forza sembrerebbero favorire la confederazione di Corso Italia, con i suoi quasi 6 milioni di iscritti. Ma Sacconi ribatte: “Anche nel 1984 la Cgil avrebbe voluto recuperare nei contratti quello che veniva tolto con l’automatismo. Ma non lo fece’’. Improbabile che tenti una prova di forza adesso che si trova isolata anche nella sua stessa area politica, il Pd: dove i favorevoli all’accordo sono molti e di peso, a partire da Walter Veltroni per non parlare di Enrico Letta, mentre l’appoggio arrivato a Epifani da Massimo D’Alema è apparso a Sacconi “rituale’’.
Occorrerebbe verificare – insiste il ministro – se e di quanto la Cgil sia maggioritaria rispetto alle consorelle: è aperta la discussione se la Cisl, tra i lavoratori attivi, l’abbia superata, o la stia superando; senza contare che Cisl e Uil insieme sono più numerose della sola Cgil, e che, infine, i tesserati di tutte le confederazioni assieme non fanno che un terzo del mondo del lavoro. C’è poi l’effetto della crisi, “che in questo particolare momento induce i lavoratori a preoccuparsi più di non perdere il posto che non del salario’’. Dunque è difficile immaginare che la Cgil si possa permettere di bloccare le fabbriche, mentre tutti i settori cercano di sopravvivere anche grazie agli aiuti del governo. Sacconi nega che ci sia stata una sorta di scambio tra lo sblocco degli aiuti all’auto e la firma della riforma (“due cose distinte e distanti, anche nella tempistica’’) e ribadisce: “Occorre intervenire a favore di tutti i settori che ne hanno necessità, non solo dell’auto’’. Il Tesoro come la pensa? Ieri il ministro Giulio Tremonti, parlando dello scenario globale a Davos, ha detto che servono più regole, non più capitali. E l’Italia ha bisogno di riforme del welfare e delle pensioni.