Anticipazione di una ricerca del Mulino che esce giovedì
I numeri dicono che gli aiuti di stato alla Fiat fanno male al Lingotto
L’assistenzialismo non produce benefici per il destinatario degli aiuti. Anzi, induce a un imbolsimento che è spesso anticamera di una crisi irreversibile. Questi i risultati di un’analisi di 249 pagine zeppe di dati e tabelle (“Governo e grandi imprese. La Fiat da azienda protetta a global player”) che uscirà per la collana il Mulino-Ricerca giovedì prossimo.

Nessun pregiudizio nella ricerca della casa editrice bolognese, anche perché l’analisi non partiva da alcun assunto, ma da un obiettivo: osservare come nei maggiori stati europei, nel corso degli ultimi trent’anni, sono cambiati i rapporti tra i “campioni nazionali” dell’auto e i poteri pubblici. Ovviamente il presupposto, scrive l’autore, Luca Germano dell’Università di Trieste e di Roma Tre, “è che gli Stati tendono a favorire i propri campioni nazionali in diversi modi”.
Ma poi c’è stata la globalizzazione e i protezionismi sono stati messi alla prova. In tutti gli stati tranne che in Italia, dove la Fiat ha continuato a godere di un sostegno statale che non ha avuto paragoni. “Mentre in Germania e Regno Unito hanno prevalso logiche di mercato, Francia e Italia hanno mantenuto la tradizionale attitudine protettiva nei confronti delle loro imprese”. Con una differenza: in Francia con politiche industriali “le imprese automobilistiche sono state aiutate a collocarsi sul mercato globale”, in Italia “si è continuato a perseguire politiche di sovvenzione nel solco di una tradizione all’intervento erogatorio”. I numeri parlano chiaro: dal 1977 al 1987 Fiat e Alfa Romeo hanno incamerato un ammontare di aiuti statali (6,7 miliardi di ecu) largamente superiori a quelli incassati da Renault (4,4 miliardi), Volkswagen (1,5 miliardi), gruppo Psa (1,1 miliardi), General Motors (1,1 miliardi) e Ford (655 milioni). Una tendenza che è proseguita anche negli anni successivi, tra accordi di programma (come quello che favorì la costruzione dello stabilimento a Melfi), finanziamenti per ricerca, formazione e sviluppo (erogazioni dai mille rivoli) e ripetute casse integrazioni (di cui alla fine si è perso il conto, riconosce di fatto la ricerca, per la difficoltà di reperire e ricostruire dati precisi).
Gli effetti di questo interventismo? La Fiat invece di essere stimolata a espandersi e internazionalizzarsi si è fossilizzata nel mercato italiano. “Il riflesso di ciò – scrive Germano citando dati di Roland Berger degli inizi degli anni Duemila – sta nella perdita di rilevanza italiana: mentre la Francia è stata capace di aumentare del 40 per cento i suoi volumi di produzione, la Germania ha accresciuto i suoi del 13 per cento, in Italia il volume di produzione è diminuito del 15 per cento (solo negli ultimi anni del decennio 2000 la situazione è mutata)”. Tra l’altro la Fiat ha scelto “una strategia di globalizzazione apparentemente meno rischiosa impegnando – a differenza dei suoi maggiori competitori, attivi sul quasi saturo mercato europeo, oltre che su quelli nordamericano e asiatico – risorse importantissime sui mercati latinoamericani. Le crisi brasiliana prima e argentina dopo hanno creato giganteschi problemi in una fase di crisi internazionale”.
Paradossalmente, ma non troppo, proprio quando – poco più di dieci anni fa, all’incirca alla metà degli anni Novanta – l’assistenzialismo statale pro Fiat si è attenuato, il Lingotto ha sì conosciuto l’accelerazione della crisi ma ha anche messo in atto una reazione tale che l’ha risollevata (joint venture in Cina e India, gamma diversificata su diversi segmenti, aumento degli utili, recupero di quote di mercato). Insomma, ci sono adesso i presupposti, in particolare dopo la cura impressa dall’amministratore delegato Sergio Marchionne, perché la casa torinese possa diventare un player globale, con alleanze e magari fusioni. Facendo a meno di aiuti ad hoc seppure beneficiando di incentivi per l’acquisto di auto “ecologiche”.