Possenti: “Non ho mai sostenuto un diritto di morire"

Sui fondamentali rapporti – genitori-figli, sposo-sposa, medico-malato – occorre edificare pedagogicamente una visione antropologica e morale comune, senza di cui il compito in questione diventa insostenibile. Ma oggi tale visione comune è rara. Leggi: "La tentazione dei cattolici di ciurlare nel manico è forte" di Pietro De Marco e: "Vita, disporne liberamente" di Vittorio Possenti
26 DIC 08
Ultimo aggiornamento: 10:31 | 24 AGO 20
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Nelle questioni bioetiche l’approfondimento è utile per far penetrare il rispetto della vita nel paese, per costruire una cultura di amore alla vita, contrastando il degrado del costume e l’influenza delle tecnologie che cancellano le differenze morali dell’azione e rendono tutto facile e lecito. Sui fondamentali rapporti – genitori-figli, sposo-sposa, medico-malato – occorre edificare pedagogicamente una visione antropologica e morale comune, senza di cui il compito in questione diventa insostenibile. Ma oggi tale visione comune è rara. Non direi tutta la verità se non aggiungessi che mi sembra meno rara di dieci o quindici anni fa. La mentalità abortista ed eutanasica è ben presente in Italia, sebbene le convinzioni intellettuali e morali a suo favore siano forse meno diffuse, o comunque trovino più aperta e decisa opposizione. Può darsi che la vague abortista, abbattutasi sul mondo con la sentenza Roe v. Wade (1973), abbia toccato l’acme e che si possa sperare in un qualche miglioramento. Nulla è mai acquisito per sempre, neanche le regressioni morali, e le battaglie per invertire la rotta sono benedette, come quella in corso contro la Ru486. Nel senso che operano per costruire relazioni buone, senza di cui nessuno respira. Lo scopo non è solo quello di riaffermare un principio morale e/o antropologico, che pur rimane lo sfondo necessario, ma quello di creare vita buona. Per questo un dibattito sui fondamenti, non è mai inopportuno.
Un tale dibattito si è svolto nelle ultime due settimane sul Foglio, e ringrazio il direttore per aver accolto il mio intervento. Il dibattito è però partito male, per il modo erroneo con cui le mie posizioni sono state presentate. Prima il titolo attribuito all’intervento: “Vita, disporne liberamente”, che non corrispondeva affatto al contenuto. Sotto l’elefantino titolava: “Questo articolo è una svolta radicale”, fatto giustamente negato da numerosi interventi che si sono succeduti. Titolo ed elefantino hanno indirizzato la percezione dell’articolo lungo una strada deviata. Lo snaturamento è proseguito martedì 16 quando si è detto che Possenti argomentava il “suo sonante sì all’idea che una norma pubblica deve incardinare nelle nostre vite un principio di libertà moderna: la vita è mia e la gestisco io, anche delegando ad altri il compito di sopprimerla quando non è degna di essere vissuta” (si noti che nel mio pezzo del 14 dicembre sostenevo che la dignità di Eluana è pari a quella di ogni altro essere umano sano, che l’eutanasia non aveva alcuna legittimità, e che altrove mi sono pronunciato contro la sospensione dei sostegni vitali). Il lettore faticava molto a intendere che nel mio articolo si trattava dell’eventuale disponibilità a certe condizioni della propria vita. Sono andati fuori strada coloro che hanno trovato nel mio pezzo “il solito modello di mediazione politica, che trascura le questioni etiche fondamentali” (A. Pessina), che viceversa erano al centro, insieme a quelle antropologiche. Non trovo persuasivo il ricorso dicotomico ai paradigmi della sacralità e della qualità della vita, cui ricorre nel suo intervento Giovanni Fornero per il quale il paradigma della indisponibilità e sacralità della vita è tipico della bioetica cattolica mentre quello della disponibilità della vita in quella laica, con gli annessi della dignità e qualità della vita: non è il tema della dignità al centro anche della bioetica cattolica? La marcia verso l’astrazione dei paradigmi può essere di maniera, poiché dinanzi ai casi concreti non sappiamo a quale pagina del Bignami dei paradigmi si trovi una risposta fondata. L’amico Fornero, muovendosi “come storiografo e analista di paradigmi”, paventa Porte Pie per la bioetica cattolica se non sta compatta dentro il paradigma dell’assoluta indisponibilità della vita (compresa la propria?). Nutro dubbi in merito. La bioetica è una disciplina pratica, finalizzata all’agire e al decidere. Abbandonando per un momento i paradigmi con annessi e connessi, gli chiederei senza iattanza di informarci su quello che lui, come cittadino italiano, ritiene opportuno decidere sulla pillola Ru486, sulla legittimità di una legge sulla fine della vita, sul congelamento dell’embrione. In sostanza, non avverto che sia in atto in Italia e tra i cattolici italiani una “ritirata non strategica” sulla questione della vita (inizio e fine), aggiungendo che qualunque sia la posta in gioco, non è bene affermare di più di quanto risulti.
L’autodeterminazione del paziente sui trattamenti sanitari non è un invito ad esercitare un inesistente diritto di morire, ma una giusta difesa verso una volontà prevaricatrice di intervento tecnologico illimitato nella sfera della persona. Confermo essere moralmente legittimo che il paziente rinunci/rifiuti le terapie quando le ritenga insopportabili, inutili, gravose. Non vi è in questo atteggiamento alcun disprezzo della vita che rimane qualcosa di grande, anche quando riteniamo che la sua prosecuzione sia per noi causa di dolori non più accettabili. Ribadisco che non pochi problemi sono creati dalle tecnologie mediche, che riescono a trattenere a ogni costo in vita, senza curare, aprendo il terreno a infiniti dilemmi morali. In breve, il suicidio non è un diritto ma una possibilità extragiuridica, l’eutanasia come diritto di morire non sussiste, il rifiuto consapevole dei trattamenti sanitari è un autentico diritto, in quanto ha per scopo un bene: rifiutare accanimento, invasività, ipertecnologizzazione. Ogni vero diritto è fondato su qualche bene: il soggetto non sceglie la morte, sceglie l’interruzione del trattamento anche se è prevedibile l’effetto letale. Se la mia vita mi è totalmente sottratta, sarà posta completamente nelle mani di altri, il che è controintuitivo e ingiusto. Intatta rimane perciò la domanda se l’indisponibilità assoluta della propria vita sia criterio fondato. Se guardiamo verso lo stato è ovvio che questo deve considerare indisponibile la vita dei cittadini e dire un chiaro no a eutanasia e affini.
Operare un ricorso assolutistico al criterio dell’indisponibilità della propria vita è un modo per guardare da un’altra parte, ignorando il problema e le sofferenze che lo accompagnano. So bene che non sono le uniche forme di sofferenza che la biopolitica contemporanea ci infligge, e che vanno ricordate l’eugenetica montante, la follia della clonazione, il congelamento degli embrioni considerati res nullius. Sull’embrione oso sperare che la posizione della chiesa giunga a considerarlo persona sin dal concepimento, poiché gli elementi scientifici e filosofici a favore mi sembrano probanti. Allo stato la “Dignitas personae” sostiene che il concepito possiede la dignità di persona.
Sorprende che nessun intervento si sia soffermato sulla questione della Tecnica: il suo nesso con la Persona era un punto nodale del mio intervento, rimasto disatteso. La carenza di riflessione è aggravata dal fatto che la Tecnica mena la danza, costringendoci ad un perenne affanno. In un recente discorso alla Società Italiana di Chirurgia, dopo aver segnalato esistenza e limiti dell’autodeterminazione del malato, Benedetto XVI aggiunge: “Nei contesti altamente tecnologizzati dell’odierna società, il paziente rischia di essere in qualche misura ‘cosificato’. Egli si ritrova infatti dominato da regole e pratiche che sono spesso completamente estranee al suo modo di essere. In nome delle esigenze della scienza, della tecnica e dell’organizzazione dell’assistenza sanitaria, il suo abituale stile di vita risulta stravolto”. Fa riflettere che la quasi totalità degli interventi sul Foglio e delle lettere sul mio pezzo provengano da firme cattoliche: niente di male, tranne il fatto che la fine della vita non è un evento solo per cattolici. Perché questi non cercano di mettersi anche un po’ nei panni dei non credenti? E perché questi ultimi non entrano in dialogo coi credenti, almeno su punti come l’impatto delle tecnologie? Sulla stampa laica si leggono talvolta cose interessanti in merito.
La legge italiana sulla fine della vita non potrà essere che una: non mi sono mai sognato di ipotizzare la ridicola soluzione di una legge sulla fine della vita per i cattolici e un’altra per gli altri, come sembra insinuare A. Livi. Sulla sua opportunità vi sono state esitazioni e incertezze nell’area cattolica. Per un certo tempo si è detto che di tale legge e del testamento biologico (termine improvvido) era molto meglio non parlare affatto, e poi si è mutata opinione sotto la spinta di recenti necessità, emergenti dalle sentenze della Cassazione. Non mi meraviglio più di tanto della svolta. Piuttosto continuo a chiedermi se il Parlamento è in grado di onorare un impegno così delicato e difficile: nutro tuttora dei dubbi perché non mi pare che ci sia chiarezza sulla misura di autodeterminazione che è giusto consentire e sul modo con cui limitare l’invasività della tecnica.
Vittorio Possenti