In difesa del Partito democratico
In difesa del Partito democratico bisogna mettersi. Non ha importanza il giudizio sul ceto dei suoi amministratori locali, verso i quali devono procedere corrette inchieste giudiziarie e non ondate di denigrazione chiacchierona.

In difesa del Partito democratico bisogna mettersi. Non ha importanza il giudizio sul ceto dei suoi amministratori locali, verso i quali devono procedere corrette inchieste giudiziarie e non ondate di denigrazione chiacchierona. Non conta il giudizio sulle debolezze evidenti della sua leadership o nomenclatura, che va rimessa in discussione e rinnovata con coraggio politico. Le incertezze del progetto, la debolezza nel definirlo e realizzarlo non sono la cosa più rilevante. Conta altro. Conta il fatto che in questo paese, a quasi vent’anni dalla distruzione della Repubblica uscita dalla guerra mondiale e del suo sistema politico, continuano a dominare le camarille giustizialiste. Nella forma losca del qualunquismo antipolitico, particolarmente coltivata da molti giornali e televisioni e altri gruppi di potere sociale. Nella forma obliqua del moralismo mozzorecchi, la merce di scambio politico di quel Tonino Di Pietro che, dall’alto delle sue “cadute di stile”, impartisce lezioni di pulizia ai capi del partito che lo hanno politicamente inventato nel collegio blindato del Mugello dodici anni fa (1997) e lo hanno reinventato nelle scorse elezioni politiche, non contenti del primo capolavoro, offrendogli lo scudo dell’apparentamento elettorale.
Contro tutta questa fatiscente robaccia, contro questo residuo di barbarie sudamericana che si esprime in chiacchiere accusatorie, intercettazioni, processi sommari, gogna, pettegolezzo, dovrebbe cementarsi una vera alleanza bipartisan per la riforma radicale della giustizia e per la riaffermazione del primato non già della politica ma della democrazia. La destra dovrebbe evitare di gonfiarsi come una rana e di gioire per il macello giudiziario a cui sembra ormai destinato il cuore stesso del Partito democratico. Non si governa da soli un paese come l’Italia. La scomparsa dell’avversario costituzionale, sotto i colpi dei corpi separati dello stato che hanno agito irresponsabilmente non per applicare la legge ma per realizzare progetti politici sghembi, non è una buona notizia per Berlusconi, che non può restare solo in scena a far la parte del satrapo, aspettando il suo turno. Il Partito democratico e il partitone della libertà berlusconiano sono parenti stretti, dipendono dalla stessa storia, hanno un futuro politico legato alla comune capacità di riforma delle istituzioni, dalla giustizia al federalismo fiscale.
Contro tutta questa fatiscente robaccia, contro questo residuo di barbarie sudamericana che si esprime in chiacchiere accusatorie, intercettazioni, processi sommari, gogna, pettegolezzo, dovrebbe cementarsi una vera alleanza bipartisan per la riforma radicale della giustizia e per la riaffermazione del primato non già della politica ma della democrazia. La destra dovrebbe evitare di gonfiarsi come una rana e di gioire per il macello giudiziario a cui sembra ormai destinato il cuore stesso del Partito democratico. Non si governa da soli un paese come l’Italia. La scomparsa dell’avversario costituzionale, sotto i colpi dei corpi separati dello stato che hanno agito irresponsabilmente non per applicare la legge ma per realizzare progetti politici sghembi, non è una buona notizia per Berlusconi, che non può restare solo in scena a far la parte del satrapo, aspettando il suo turno. Il Partito democratico e il partitone della libertà berlusconiano sono parenti stretti, dipendono dalla stessa storia, hanno un futuro politico legato alla comune capacità di riforma delle istituzioni, dalla giustizia al federalismo fiscale.