Perché il gen. Petraeus a Roma sfodera le armi della diplomazia

Il generale americano David H. Petraeus, comandante dell’U. S. Centcom, comincia da Roma il suo tour europeo delle capitali Nato. Ieri sera Petraeus – accompagnato dall’ambasciatore americano Ronald Spogli – si è incontrato con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi.
9 DIC 08
Ultimo aggiornamento: 04:35 | 19 AGO 20
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Anche se è stato nominato da poco più di un mese, questa non è la prima missione diplomatico-esplorativa del generale. Il giorno successivo al suo insediamento è subito volato in Pakistan, la nazione che gioca un ruolo centrale nella guerra contro i talebani e al Qaida, per incontrare il governo civile e il capo delle forze armate, il generale Ashfaq Kayani. Sulla via del ritorno, ha fatto tappa in una seconda nazione cruciale: l’Arabia Saudita (la storia di al Qaida riassunta è la storia di arabi che si spostano da e verso il Pakistan). All’Italia non ha chiesto direttamente un maggior impegno militare, “sono cose che devono essere decise in sede Nato, a Bruxelles”. Piuttosto, chiede un aiuto per accelerare la preparazione delle forze armate e delle istituzioni afghane.
E considera gli italiani formidabili nel nation building. “In Iraq avete fatto un lavoro eccellente. L’unità di sostegno alla ricostruzione di Dhi Qar (nel sud del paese) è un modello di funzionamento. E i vostri carabinieri sono la miglior forza di gendarmeria del mondo, per gli iracheni addestrarsi con loro è come allenarsi a basket con Michael Jordan”. La Russa conferma: “In Afghanistan c’è bisogno di rinforzare i team per l’addestramento della sicurezza locale, le Omlt, Operation Mentoring Liason Team. Passeranno da quattro a sette”. Ma non saranno mandati altri uomini: “A meno che le condizioni non cambino: mai dire mai”, aggiunge il ministro.
Petraeus è stato nominato capo del Centcom dopo aver impresso una clamorosa svolta positiva alla guerra americana in Iraq. Ma, come lui stesso ha detto ieri durante un incontro con stampa e istituzioni al Centro Studi americano: “Nessuna buona azione resta impunita”. Ad ascoltare Petraeus ieri pomeriggio c’era una platea con interessi differenti. Molti generali e ufficiali italiani, ma anche la leadership politica dell’opposizione, ben rappresentata: il presidente della fondazione ItalianiEuropei, Massimo D’Alema, l’ex vicepremier Francesco Rutelli e il ministro degli Esteri ombra Piero Fassino.
Lo stratega americano ha parlato a fondo della missione conclusa in Iraq, anche se in realtà stava parlando dell’impegno attuale in Afghanistan. Ha tentato di far risuonare una corda nei suoi ascoltatori: “E’ stato possibile a Baghdad, per questi motivi che sto spiegando. Può essere fatto anche a Kabul contro i talebani, se riesco a ottenere la collaborazione che mi serve”. Ha spiegato le idee alla base della sua dottrina di counterinsurgency: l’aumento delle truppe sul territorio – “che non è fine a se stesso” – ; la necessità di proteggere prima di tutto la popolazione e non i soldati; le piccole basi disseminate in mezzo alle case invece che le poche, remote basi di enormi proporzioni; la tattica che deve cambiare e adattarsi di continuo, le scelta deliberata di separare gli elementi con i quali è possibile una riconciliazione – “anche se hanno le mani sporche del tuo sangue” – da quelli con cui la riconciliazione non sarà mai possibile, e che devono “essere eliminati, catturati o cacciati dal paese”. Il comandante americano segue bene il modello della retorica americana. Parte leggero per alleggerire la tensione (“I miei primi tre anni di matrimonio li ho passati in Italia a Vicenza, e ho ancora un buon repertorio di frasi in italiano da quei tempi: ‘Due birre, per favore’, e anche ‘Ancora due birre, per favore’”). E’ molto chiaro quando espone gli elementi che gli servono per vincere. I dettagli, per ora, restano negli incontri a porte chiuse.