Esportare l'Iraq a Kabul
Poteri politici e militari dell’America in transizione. Per tutti la domanda centrale è questa: “Riusciamo a vincere anche in Afghanistan come abbiamo fatto in Iraq, anche se fino all’anno scorso pochi avrebbero scommesso a nostro favore?”. La questione è martellante. Lo è in Illinois, a Chicago, dove il presidente eletto Barack Obama si prepara alla successione nello Studio Ovale.

L’Highway One, la grande autostrada ad anello che percorre tutto il paese, è diventata terreno di caccia per le bande dei guerriglieri. E’ una strada di altissimo valore simbolico, costruita negli anni con finanziamenti internazionali per metà americani e sauditi per l’altra metà russi. Rappresentava tutte le spinte verso il progresso arrivate al paese in periodi diversi. Ora rappresenta l’azzardo temerario, a causa dell’infestazione onnipresente di cattivi. I guerriglieri fermano e danno alle fiamme i camion dei rifornimenti per la Nato. Ammazzano sul posto i guidatori lenti a fuggire. Due settimane fa hanno bloccato un autobus, hanno fatto scendere tutti i passeggeri che in qualche modo erano collegati al governo e li hanno uccisi a lato della strada. Ventisei morti. Non è più l’autostrada della speranza. Terza pessima notizia. I talebani stanno costruendo bombe stradali così potenti da rendere inservibili i mezzi corazzati giganteschi costruiti durante la guerra in Iraq. Fanno come la mafia di Giovanni Brusca a Capaci, riempiono i tunnel di scolo che passano sotto le strade con tre quintali di esplosivo, servendosi di carrelli. I veicoli Mrap, “mine resistant”, buoni persino per la guerra in Iraq non sono più così buoni per la guerra in Afghanistan.
Trattare con i talebani o bombardarli? L’opzione “apriamo un tavolo di negoziati e risolviamo il problema sul piano politico, non su quello militare” suona nuova alle orecchie degli occidentali. Ma potrebbe non essere buona, semplicemente perché è già stata tentata e non ha funzionato negli ultimi sette anni. Kabul ha sempre tenuto aperta la porta ai talebani, nella speranza che loro accettassero di spartire il potere sul paese. Nel 2001, mentre i bombardieri americani davano la caccia alle colonne di guerriglieri in rotta verso il Pakistan, Hamid Karzai, futuro presidente, già chiedeva al Mullah Omar di restare. Il futuro governo non gli avrebbe torto un capello a patto che lui – che ha indossato il mantello di Maometto e si è dichiarato Emiro di tutti i credenti – se ne rimanesse nella città santa dei talebani, Kandahar, a esercitare soltanto il suo magistero carismatico e non più quello politico militare. Non è servito a nulla. Il Mullah Omar rispose mettendolo a morte con un editto. E Karzai da domenica scorsa offre di nuovo protezione e immunità al Mullah Omar.
I tentativi di cooptazione non sono mai mancati. Nel 2004 Karzai h offrì il posto di ministro della Difesa a Mullah Dadullah, il comandante feroce dei rapitori del giornalista italiano Daniele Mastrogiacomo. Dadullah era così celebre per la sua violenza, soprattutto durante la pulizia etnica contro la minoranza sciita hazara negli anni Novanta, che gli stessi talebani avevano dovuto richiamarlo alla calma. Eppure Kabul lo avrebbe voluto come capo delle forze armate, a condividere segreti militari con i contingenti alleati. Karzai offrì persino il posto di primo ministro, per ingraziarselo, a Jalaluddin Haqqani, capo dell’Haqqani network, uno dei tre tronconi in cui è divisa la guerriglia: il più efficiente e meglio addestrato, attivo nelle province dell’est. Lui è un signore della guerra diventato eroe nazionale durante la guerra contro i sovietici negli anni Ottanta. Protettore di Osama bin Laden, è vicino agli arabi di al Qaida. Haqqani non ha risposto all’offerta di Karzai. Ha introdotto la tattica degli attentati suicidi, addestra i volontari in madrasse di clausura poco oltre il confine, e ha nominato suoi vice i due figli, che parlano correntemente arabo e che hanno contatti ancora più stretti dei suoi con gli arabi di al Qaida. Oggi la Coalizione descrive l’Haqqani network come “la minaccia pià grave alla sicurezza dell’Afghanistan”.
I tentativi di cooptazione non sono mai mancati. Nel 2004 Karzai h offrì il posto di ministro della Difesa a Mullah Dadullah, il comandante feroce dei rapitori del giornalista italiano Daniele Mastrogiacomo. Dadullah era così celebre per la sua violenza, soprattutto durante la pulizia etnica contro la minoranza sciita hazara negli anni Novanta, che gli stessi talebani avevano dovuto richiamarlo alla calma. Eppure Kabul lo avrebbe voluto come capo delle forze armate, a condividere segreti militari con i contingenti alleati. Karzai offrì persino il posto di primo ministro, per ingraziarselo, a Jalaluddin Haqqani, capo dell’Haqqani network, uno dei tre tronconi in cui è divisa la guerriglia: il più efficiente e meglio addestrato, attivo nelle province dell’est. Lui è un signore della guerra diventato eroe nazionale durante la guerra contro i sovietici negli anni Ottanta. Protettore di Osama bin Laden, è vicino agli arabi di al Qaida. Haqqani non ha risposto all’offerta di Karzai. Ha introdotto la tattica degli attentati suicidi, addestra i volontari in madrasse di clausura poco oltre il confine, e ha nominato suoi vice i due figli, che parlano correntemente arabo e che hanno contatti ancora più stretti dei suoi con gli arabi di al Qaida. Oggi la Coalizione descrive l’Haqqani network come “la minaccia pià grave alla sicurezza dell’Afghanistan”.
Probabilmente è dietro l’attentato contro Karzai dello scorso aprile; lo stesso Karzai che lo voleva primo ministro del paese. Uno dei figli, Sirajuddin, si è vantato in un’intervista alla rete televisiva americana Nbc di avere la collaborazione segreta di un generale afghano in servizio. Se questo è il quadro, si capisce che a Kabul le speranze di mettere assieme i cocci del paese facendo offerte ai pezzi grossi fra i nemici sono deboli. Eppure nell’ultimo periodo si parla sempre di più del processo di riconciliazione nazionale. Un po’ perché i paesi Nato, che non hanno mai brillato per determinazione e combattività, Gran Bretagna esclusa, non vedono l’ora di dichiarare il paese pacificato e la questione risolta e di tirarsi fuori dalla missione. “Ha funzionato in Iraq – pensano sbrigativamente – funzionerà anche qui”. Mantenere un soldato in Afghanistan costa quattromila dollari al giorno in tempi di depressione economica e ogni morto è un colpo al consenso politico in patria. L’impressione è che alcuni siederebbero al tavolo con chiunque.
Un po’ si parla di riconciliazione perché c’è un’iniziativa di pace dell’Arabia Saudita, che garantisce solidità e serietà al processo. I sauditi conoscono bene il paese, hanno tutti i contatti che servono, riescono a raggiungere la leadership dei talebani per parlamentare. A fine settembre c’è stato un primo round di negoziati fra governo e estremisti in Arabia Saudita. Su Foreign Affairs di ottobre è uscito un lungo articolo scritto assieme da Ahmed Rashid, l’esperto pachistano che fa parte del team di specialisti riunito da Petraeus per la nuova guerra, e dall’obamiano Barnett Rubin, professore della New York University. Per ora è la spiegazione più dettagliata a favore di una strategia di riconciliazione non solo afghana-saudita ma anche americana. “Gli Stati Uniti devono cercare di separare i movimenti islamisti che hanno obiettivi locali o nazionali da quelli, come al Qaida, che vogliono attaccare l’America – invece che buttarli tutti nello stesso cesto. Leader dei talebani e di altre parti della guerriglia si oppongono a molte delle politiche americane sul mondo musulmano, ma riconoscono che gli Stati Uniti e altri hanno il legittimo interesse a prevenire che il territorio dell’Afghanistan sia usato per lanciare attacchi contro di loro. Dichiarano di essere a favore di un governo afghano che garantisca che non succederà, in cambio del ritiro delle truppe straniere”. E anche – scrivono i due – in cambio della certezza di non finire in cella a Guantanamo o nel carcere militare afghano di Bagram.
Il problema è che finora hanno risposto all’appello soltanto figure minori: i “drop out”, gli emarginati, senza vero potere negoziale. Che fare con Wakil Ahmad Mutawakil, ex ministro degli Esteri del regime, uno dei capi più colti e riflessivi dei talebani? Nel 2002 si arrese agli americani senza approvazione dei suoi superiori e nel 2003 – mentre era agli arresti domiciliari a Kabul – fu espulso dal movimento “perché non rappresenta il nostro volere”. Gli americani lo definiscono “powerless”, senza potere. Il colonnello Joseph Collins, che oggi insegna strategia al National War College ed è stato vicesegretario alla Difesa americana, dice che si deve combattere di più perché è ancora troppo presto per sedersi al tavolo della pace: “Prima di arrivare alla riconciliazione in Afghanistan, con bande le cui specialità tattiche sono bruciare scuole femminili e tagliare teste di civili, dovremmo combattere più duramente. ‘Non possiamo vincere solo uccidendo’, come dice Petraeus. Ma possiamo rendere il nemico più malleabile e disposto a negoziare, sconfiggendo le sue offensive e minacciando da vicino i suoi santuari”. Quando si tratta, lo si fa dalla posizione dei più forti. Tanto, come dice di nuovo Petraeus, “la riconciliazione è la soluzione inevitabile per finire le guerre”. L’altro epilogo possibile è però quello del generale Boris Gromo. Ultimo impettito militare sovietico in Afghanistan, attraversò da solo e a piedi – dopo i suoi carri – il ponte di confine sul fiume Amu Daria il 15 febbraio del 1989.
Kandahar non è al Anbar. In Iraq i sunniti della provincia di al Anbar, parte est del paese, sono stati i responsabili dell’80 per cento delle perdite degli americani. Ma sono anche stati i primi iracheni a voltare le armi contro gli uomini di al Qaida, disgustati dai loro metodi brutali e oppressivi e convinti dalla tenacia dei marine: il cui numero, invece che diminuire, aumentava grazie al surge deciso a Washington dall’Amministrazione Bush alla fine del 2006. Il resto si sa. Al Anbar in otto mesi è diventata la provincia più sicura per i soldati americani e la meno sicura per i combattenti di al Qaida. Il movimento del “Risveglio contro il terrorismo” è dilagato nel resto del paese. Ora: c’è spazio per un Risveglio afghano? Per la cooptazione attiva di volontari determinati a scommettere sulla sconfitta di al Qaida e dei talebani e sulla vittoria del governo afghano? Gli analisti temono di no. Eppure ci sono segnali incoraggianti. Il New York Times racconta di lashkar, milizie tribali, che sorgono spontaneamente nelle zone di frontiera per combattere i talebani (il New York Times non era stato così pronto a distinguere nella fog of war la ribellione storica degli iracheni, perché c’era George Bush). E c’è anche l’ottima notizia della vittoria del partito Awami, il partito pashtun laico e antiterrore, nelle regioni tribali alle elezioni di otto mesi fa.
Kandahar non è al Anbar. In Iraq i sunniti della provincia di al Anbar, parte est del paese, sono stati i responsabili dell’80 per cento delle perdite degli americani. Ma sono anche stati i primi iracheni a voltare le armi contro gli uomini di al Qaida, disgustati dai loro metodi brutali e oppressivi e convinti dalla tenacia dei marine: il cui numero, invece che diminuire, aumentava grazie al surge deciso a Washington dall’Amministrazione Bush alla fine del 2006. Il resto si sa. Al Anbar in otto mesi è diventata la provincia più sicura per i soldati americani e la meno sicura per i combattenti di al Qaida. Il movimento del “Risveglio contro il terrorismo” è dilagato nel resto del paese. Ora: c’è spazio per un Risveglio afghano? Per la cooptazione attiva di volontari determinati a scommettere sulla sconfitta di al Qaida e dei talebani e sulla vittoria del governo afghano? Gli analisti temono di no. Eppure ci sono segnali incoraggianti. Il New York Times racconta di lashkar, milizie tribali, che sorgono spontaneamente nelle zone di frontiera per combattere i talebani (il New York Times non era stato così pronto a distinguere nella fog of war la ribellione storica degli iracheni, perché c’era George Bush). E c’è anche l’ottima notizia della vittoria del partito Awami, il partito pashtun laico e antiterrore, nelle regioni tribali alle elezioni di otto mesi fa.
Ma Pakistan e Afghanistan non sono l’Iraq, dove al Qaida era una novità. A Ramadi gli ex ufficiali del partito Baath e di Saddam Hussein, con sigaro e whiskey in mano, guardavano con disgusto i teppistelli arabi provenienti da fuori sventolare i loro kalashnikov per imporre la propria versione brutale del Corano. Astinenza dal fumo, “perché il Profeta non fumava”. Ma nelle aree pashtun dell’Asia meridionale al Qaida è una presenza endemica, decennale e inesorabile. Fa parte del paesaggio. Sarà molto più difficile isolarla e sradicarla. La prova? Il governo afghano ha cominciato già nel maggio 2005 un programma per contrastare l’influenza dei talebani e degli arabi cooptando i loro membri di basso-medio livello. In un anno 1.569 guerriglieri hanno aderito al programma Tahkim-e-Solh (Rafforzare la pace). Ma come la situazione del 2008 dimostra, è troppo poco e va troppo a rilento.
Sempre il solito problema a sudest. Gli americani da sette anni non riescono a sferrare il colpo decisivo, non riescono a dare quello che i tedeschi chiamavano Sichelschnitt, il colpo di falce. Ogni tanto sorprendono una concentrazione di nemici e intervengono con tutta la loro superiorità aerea. Nel maggio 2007 hanno bombardato i talebani mentre guadavano su chiatte il fiume Helmand e ne hanno uccisi settanta in pochi secondi. Ma si tratta di eccezioni: il nemico si rigenera sempre, anzi, torna più forte di prima. La ragione è che la guerra in realtà è combattuta fisicamente in Afghanistan, ma contro un misto di forze afghane e pachistane. Una miscela in cui i pachistani svolgono il ruolo più importante. I parà inglesi nei giorni tersi osservano i campi nemici al di là della Linea Durand, confine invisibile fra Afghanistan e Pakistan. “Se potessimo attraversarlo la guerra sarebbe già finita”. Invece da quell’altro lato i nemici si riposano, si riarmano e preparano la prossima offensiva.
Sempre il solito problema a sudest. Gli americani da sette anni non riescono a sferrare il colpo decisivo, non riescono a dare quello che i tedeschi chiamavano Sichelschnitt, il colpo di falce. Ogni tanto sorprendono una concentrazione di nemici e intervengono con tutta la loro superiorità aerea. Nel maggio 2007 hanno bombardato i talebani mentre guadavano su chiatte il fiume Helmand e ne hanno uccisi settanta in pochi secondi. Ma si tratta di eccezioni: il nemico si rigenera sempre, anzi, torna più forte di prima. La ragione è che la guerra in realtà è combattuta fisicamente in Afghanistan, ma contro un misto di forze afghane e pachistane. Una miscela in cui i pachistani svolgono il ruolo più importante. I parà inglesi nei giorni tersi osservano i campi nemici al di là della Linea Durand, confine invisibile fra Afghanistan e Pakistan. “Se potessimo attraversarlo la guerra sarebbe già finita”. Invece da quell’altro lato i nemici si riposano, si riarmano e preparano la prossima offensiva.
L’anno scorso gli uomini delle forze speciali britanniche hanno attaccato una base talebana nella valle di Sangin, per eliminare un comandante nemico. L’hanno già fatto almeno altre sei volte, nel corso della guerra. Quando hanno perquisito il cadavere del capo, hanno trovato un tesserino d’identificazione delle forze armate pachistane (tutti gli agenti dell’isi, i servizi segreti, arrivano dall’esercito). L’ha scritto il quotidiano britannico Times, ed è una voce confermata in via ufficiosa da molti contractor privati impegnati in Afghanistan. “Dopo scaramucce o raid aerei troviamo ufficiali dell’intelligence pachistana ‘in posizioni incompatibili con la vita”’. Morti. Non è una novità. I militari e i servizi segreti di Islamabad stanno combattendo – non tutti, la parte deviata – una guerra clandestina a fianco dei guerriglieri. Ahmed Rashid è il giornalista pachistano – ora anche consulente del Pentagono – che segue i talebani fin dalla loro nascita, quando erano ancora un gruppo guerrigliero marginale in un paese dimenticato del centro Asia e non l’oggetto di briefing quotidiani alla Casa Bianca. Racconta uno degli episodi più oscuri dell’intervento americano nel 2001: “Due aerei fecero parecchi viaggi in una notte sola. Partivano dalle basi aeree di Chingal e Gilgit nel Pakistan del nord e atterravano a Kunduz, dove gli evacuati aspettavano sulla pista. Di sicuro centinaia, forse un migliaio di persone scapparono dall’Afghanistan bombardato. Centinaia di ufficiali dei servizi segreti pachistani, comandanti talebani, semplici combattenti appartenenti al movimento islamista dell’Uzbekistan e ad al Qaida presero posto sugli aerei… Un analista capo dell’intelligence americana mi disse che la richiesta era stata fatta da Musharraf a Bush, e che se ne era occupato Cheney in persona (…) la cosa era stata tenuta nascosta al Dipartimento di Stato, persino a Colin Powell, fino a quando non era finita. Musharraf aveva detto che il Pakistan doveva essere aiutato a salvare la propria dignità e la propria gente di valore (… ) ma quella che era stata venduta come un’estrazione d’emergenza si trasformò in un grande ponte aereo. Gli uomini delle forze speciali presenti alla scena con frustrazione lo chiamarono ‘Il Ponte aereo dei Cattivi’. Un altro americano, un diplomatico, mi disse ‘Musharraf ci ha ingannati, quando ha ottenuto la nostra approvazione i suoi servizi segreti hanno ingrandito l’operazione per trarre in salvo più gente. Ma all’epoca nessuno voleva danneggiare Musharraf, ed era a rischio il suo prestigio davanti ai suoi. La vera domanda è: perché Musharraf non ha tirato fuori prima i suoi uomini? E’ chiaro che l’Isi stava combattendo la propria guerra privata contro gli americani e non aveva voluto lasciare l’Afghanistan fino all’ultimo momento’”.
Il Pakistan in teoria è classificato “Major non-Nato Ally”, alleato più importante subito dopo i paesi Nato, come Israele. Ma non puoi vincere una guerra se devi evacuare i tuoi presunti alleati perché si trovano dalla parte sbagliata del fronte assieme ai tuoi nemici giurati, oppure se li scopri stecchiti dove non dovrebbero essere. Il problema politico in Pakistan è la chiave per risolvere il conflitto. Islamabad teme che l’Afghanistan liberato finisca per stringere un’allenza con il proprio nemico storico, l’India, e di finire accerchiato. Fino a quando non sarà rassicurato che questo non accadrà, i talebani continueranno a ricevere i loro aiuti misteriosi. Ma per convincere l’esercito del Pakistan il generale Petraeus dovrebbe indossare anche il cappello di diplomatico, e promettere chissà che cosa in cambio. A Washington i critici stanno già sollevandosi contro questo eventuale allargamento di competenze.
Il Pakistan in teoria è classificato “Major non-Nato Ally”, alleato più importante subito dopo i paesi Nato, come Israele. Ma non puoi vincere una guerra se devi evacuare i tuoi presunti alleati perché si trovano dalla parte sbagliata del fronte assieme ai tuoi nemici giurati, oppure se li scopri stecchiti dove non dovrebbero essere. Il problema politico in Pakistan è la chiave per risolvere il conflitto. Islamabad teme che l’Afghanistan liberato finisca per stringere un’allenza con il proprio nemico storico, l’India, e di finire accerchiato. Fino a quando non sarà rassicurato che questo non accadrà, i talebani continueranno a ricevere i loro aiuti misteriosi. Ma per convincere l’esercito del Pakistan il generale Petraeus dovrebbe indossare anche il cappello di diplomatico, e promettere chissà che cosa in cambio. A Washington i critici stanno già sollevandosi contro questo eventuale allargamento di competenze.