Il G20 trova un accordo in teoria, ma in pratica tocca aspettare Obama

Washington. L’America è in transizione presidenziale, l’Europa è in recessione e il mondo crescerà solo del 2,2 per cento nel 2009.
16 NOV 08
Ultimo aggiornamento: 15:06 | 14 AGO 20
Immagine di Il G20 trova un accordo in teoria, ma in pratica tocca aspettare Obama
Washington. L’America è in transizione presidenziale, l’Europa è in recessione e il mondo crescerà solo del 2,2 per cento nel 2009. I leader del G20, riuniti per un vertice sulla crisi globale, non potevano permettersi un fallimento che avrebbe effetti catastrofici sulla fiducia dei mercati. Così, almeno a parole, ieri hanno trovato un accordo di principio su una strategia di sostegno concertato all’economia, con stimoli fiscali, una nuova regolazione del sistema finanziario e una riforma delle istituzioni internazionali. Alla dichiarazione finale è stato allegato un piano d’azione con 50 misure anti crisi che saranno finalizzate entro il 31 marzo. Il presidente americano, George W. Bush, pur avvertendo che “c’è ancora molto da fare”, è soddisfatto: i leader mondiali hanno “riaffermato i principi dei mercati aperti e della libertà di commercio”. Per il presidente francese, Nicolas Sarkozy, il testo finale riprende “molto ampiamente” le proposte dell’Unione europea affinché nessuno, mercato o istituzione finanziaria, sfugga a una regolamentazione o sorveglianza “appropriata”. “Questo è un nuovo inizio”, ha detto la cancelliera tedesca, Angela Merkel. In realtà, i leader del G20 non hanno trovato un consenso sui dettagli della nuova architettura finanziaria globale e sono stati costretti a convocare un altro summit nell’aprile 2009. L’idea di un super-regolatore unico per le più grandi istituzioni finanziarie ha lasciato il posto a un “collegio di supervisori”. Il rafforzamento del Fondo monetario internazionale è stato promesso, ma non necessariamente con un aumento delle quote degli stati membri, in particolare delle economie emergenti con importanti riserve monetarie. Il G20 ha chiesto alle banche centrali di continuare ad abbassare i tassi e si è impegnato a sostenere l’economia mondiale attraverso politiche di rilancio. Ma ciascuno andrà per conto suo: “Non aspettiamoci ricette miracolistiche”, ha detto il Cav. La Cina investirà 600 miliardi per incrementare la domanda interna. L’Ue avrà 27 politiche pro-cicliche che vanno dal taglio delle tasse britannico al dirigismo francese. Il presidente eletto, Barack Obama, rubando un po’ di scena al G20 con il primo messaggio settimanale su YouTube, ha chiarito che, “pur agendo di concerto con le altre nazioni, dobbiamo agire immediatamente in patria per affrontare la crisi economica che attraversa l’America”. Tenendosi lontano dal G20, Obama ha le mani libere rispetto agli impegni presi da Bush.
La risposta di Paulson
Mettersi d’accordo a livello globale sulla regolazione e le politiche pro-cicliche è più difficile che trovare un consenso sul laissez-faire. Le lunghe trattative che hanno portato all’approvazione dei testi di Washington nascondono le divergenze tra tutti i protagonisti. Da settimane Sarkozy esigeva una “rifondazione del capitalismo”, ma Bush ha spiegato che “questa crisi non è il fallimento dell’economia di mercato. La risposta non è reinventare il sistema”. Se gli europei accusavano gli Usa di tutte le responsabilità della crisi, il segretario al Tesoro americano, Henry Paulson, ha risposto evidenziando il crollo della capitalizzazione delle banche del Vecchio continente: gli eccessi “non possono essere attribuiti a un solo paese”. L’Europa sognava una finanza iper-regolamentata e iper-sorvegliata, mentre il premier canadese, Stephen Harper, ha definito inaccettabile l’ipotesi che “le principali economie mondiali siano sottomesse a un controllo esterno che avrebbe una primazia sui sistemi” nazionali. Francia e Germania immaginavano un mondo libero da hedge fund e paradisi fiscali, ma per il Giappone “la libera circolazione di capitali nel quadro di un’economia di mercato deve continuare a servire da schema di riferimento del sistema internazionale”. La Cina ha rifiutato che il vertice menzionasse gli “squilibri globali” determinati dai suoi surplus commerciali e dalla sottovalutazione del renmimbi. Come Pechino, le altre potenze emergenti hanno sostanzialmente ignorato gli appelli per rimpinguare le casse del Fmi: in tempo di crisi meglio usare il contante per finanziare la propria economia. Gli americani avrebbero voluto un impegno per concludere entro la fine dell’anno il Doha Round sulla liberalizzazione del commercio, ma i francesi hanno annacquato il richiamo. Perfino l’Europa non riesce a trovare una linea comune: ieri Brown ha lanciato un avvertimento contro gli aiuti di stato all’auto, proprio mentre la Germania annunciava un vertice di crisi per garantire un buco da due miliardi di euro nelle casse di Opel.