Una telefonata cortese rinvia i problemi tra Obama e Vaticano
Una telefonata cortese in cui non si è fatto cenno alle cellule staminali, ha spiegato padre Federico Lombardi, quella di Barack Obama martedì a Benedetto XVI. Nelle stesse ore, le agenzie di tutto il mondo battevano note sulle preoccupazioni della Conferenza episcopale degli Stati Uniti per le scelte “pro choice” della nuova Amministrazione.

La telefonata “di ringraziamento” segna in modo informale l’inizio dei rapporti tra il nuovo presidente americano e il Papa; ci sarà tempo per conoscersi meglio, ma i dossier importanti dei prossimi anni sono già tutti sul tavolo. Benedetto XVI avrà modo di analizzarli in modo approfondito con il segretario di stato Tarcisio Bertone e con la consulenza dei suoi rappresentanti diplomatici in terra americana: il nunzio apostolico per gli Stati Uniti, l’arcivescovo Piero Sambi, ma anche l’arcivescovo Celestino Migliore, osservatore vaticano al Palazzo di Vetro. E potrà contare anche sulla consulenza dei presuli statunitensi in servizio presso la Santa Sede. Tra i quali, di fresco arrivo a Roma, l’ex arcivescovo di Saint Louis Raymond Burke, noto per le sue posizioni tutt’altro che liberal. L’ultima fotografia americana di Joseph Ratzinger è soltanto dell’aprile scorso, ma sembra già appartenere a un’altra fase storica. Il viaggio del Papa negli Stati Uniti, l’eccellente accoglienza nazionale – anzi il successo mediatico – il rapporto più che cordiale tra Benedetto XVI e George W. Bush, la visione condivisa su molte cose: la preoccupazione per i destini dell’occidente, la fede come argine al relativismo morale, l’opposizione all’aborto e alla bioetica di Frankenstein.
Con Barack Obama, viceversa, i tratti di comune visione potrebbero attenuarsi. O come dice Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano, quantomeno differenziarsi: “Se si guarda alla concezione della politica internazionale, esistono alcune linee che indicano la possibilità di una buona convergenza tra la nuova Amministrazione e il Vaticano. Ad esempio, il definitivo abbandono della dottrina della guerra preventiva, e la disposizione meno muscolare alle relazioni internazionali. Più in generale, con Obama dovremmo tornare a una gestione più multilaterale della politica estera, e ciò è tradizionalmente l’auspicio della Chiesa cattolica”. Allo stesso tempo, però, cambieranno i punti di vista: “Prendiamo l’Africa, continente che sta molto a cuore alla Chiesa. Obama potrà a sua volta dimostrare maggiore attenzione al suo sviluppo, ma sui metodi lotta all’Aids non ci sarà probabilmente la stessa sintonia di vedute che Ratzinger aveva con Bush”.
I rapporti bilaterali tra Washington e Vaticano sono al momento ottimi, e non è ipotizzabile un loro rapido deterioramento. Più sfaccettata, com’è noto, è la situazione sul fronte dei rapporti interni tra il presidente eletto e la chiesa cattolica statunitense. A Baltimora è in corso la riunione autunnale di un episcopato che era stato quantomai diviso nel giudizio su Obama. Ma ora l’annuncio della possibile firma da parte del nuovo presidente del Freedom of Choice Act sull’aborto sta rapidamente ricompattando i vescovi sulle posizioni anti Obama. Con il rischio di allargare la frattura con quel 54 per cento dei cattolici che ha invece votato per il candidato democratico, apertamente incurante delle indicazioni della gerarchia.
Nel futuro dei rapporti tra chiesa e Amministrazione molto dipenderà dal grado di attenzione che Obama avrà sul resto delle materie care ai cattolici, dalla Giustizia sociale ai fondi per l’educazione. E’ probabile che in futuro la diplomazia vaticana avrà parecchio da lavorare nelle sedi sovranazionali (dall’Onu alla Fao, all’Oms), spiega ancora Parsi: su questioni come le politiche di natalità e di sviluppo la nuova Amministrazione americana potrebbe tornare a seguire una linea meno condivisibile per la Santa Sede, se non addirittura vicina a quella di paesi nord europei o come la Cina. Insomma le tensioni sui temi eticamente sensibili potrebbero superare rapidamente i confini.
Ma non sono solo i dossier sui rapporti bilaterali e sui grandi scenari nelle sedi sovranazionali a preoccupare la diplomazia vaticana. La fase politica che si apre con la fine delle presidenze Bush, in cui il conflitto con l’islam radicale è stato determinante, assieme all’appello alla matrice occidentale del cristianesimo, è assai complessa. Il pontificato di Benedetto XVI è stato spesso definito come “più eurocentrico” rispetto a quello dei predecessori. Ma non bisogna dimenticare che la chiesa cattolica non è soltanto un’entità globale, ma è ormai sovranazionale nella sua stessa struttura gerarchica e diplomatica, e Benedetto XVI non ha certo invertito la tendenza in atti da tempo. Basti ricordare che proprio da quest’anno, con le più recenti nomine, per la prima volta la maggioranza dei 104 nunzi apostolici (gli ambasciatori del Papa) non è più composta da italiani, ben sei vengono dall’India, altrettanti dagli Stati Uniti mentre è forte anche la presenza ispanofona e francofona. Il punto di vista della chiesa è insomma sempre più multilaterale.
Il fronte più caldo è ovviamente sempre quello dell’islam. A Roma si è appena concluso il primo seminario del forum cattolico-musulmano, e proprio ieri il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il Dialogo interreligioso, ne ha tirato le somme (positive) in una lunga intervista sull’Avvenire. Poco prima di partire per il Palazzo di Vetro, dove da ieri è in corso un vertice interreligioso dedicato ai temi della pace e del dialogo, promosso e organizzato dall’Arabia Saudita. Sembrano dunque lontani per il Vaticano i momenti tesi dopo Ratisbona (“l’andare sempre a evocare quel discorso a volte risulta stucchevole”, ha detto Tauran), ma a Benedetto XVI sta molto a cuore la situazione di sofferenza dei cristiani iracheni, vittime di una pulizia etnica, effetto collaterale della guerra, i più in difficoltà al momento assieme a quelli indiani. Non a caso, nell’Angelus del 26 ottobre, il Papa li aveva accomunati in un accorato appello “affinché la legalità e la convivenza civile siano presto ripristinate” laddove “i cristiani sono vittime di intolleranze e di crudeli violenze, uccisi, minacciati e costretti ad abbandonare le loro case”.
Iraq e India sono però solo due delle sitazioni delicate per la Santa Sede. E’ significativo che il cardinale Oswald Gracias, presidente della Conferenza dei vescovi indiani, sia stato tra i primi in Asia a commentare l’elezione di Obama, sottolineandone l’implicito valore multietnico: “La storica vittoria di un afro-americano riflette l’efficacia della democrazia”, richiamando la similitudine con l’India, “un mosaico di gruppi differenti, che si accettano l’un l’altro nelle loro diversità culturali, che vivono e lavorano insieme”. Per restare all’Asia, la chiesa ha visto negli ultimi mesi un raffreddamento dei rapporti con la Cina, che sembravano ben avviati, anche per la prudenza del Papa sulla questione tibetana. Ma al recente Sinodo sulla Parola di Dio i vescovi cinesi non sono stati autorizzati a partecipare, e l’improvviso irrigidimento di Pechino ha messo in difficoltà la diplomazia del Papa. E il dossier cinese ha probabilmente qualcosa a che vedere anche nella crisi con il governo vietnamita, che potrebbe rimandare la molto auspicata apertura di rapporti diplomatici. In tutte queste situazioni, per anni il protagonismo internazionale della Chiesa aveva potuto contare sulla sponda sicura di una visione condivisa con gli Usa (su tutti, l’appello per la libertà religiosa in Cina di Bush, durante il suo viaggio a Pechino). Ora la chiesa dovrà attendere di conoscere le intenzioni di Obama, e cercare nel contempo sponde più multilaterali.
Non brillantissima è la situazione attuale anche nel quadrante latinamericano, il “cortile di casa” degli States. Lì vive più della metà dei cattolici del mondo, ma gli attuali governi “izquierdisti” non sembrano particolarmente interessati al rapporto con il Vaticano. Non solo Hugo Chávez, inviso all’episcopato venezuelano, o l’indigenista boliviano Evo Morales, che sembrano strizzare l’occhio più a quel che resta della chiesa della “liberazione” che all’attuale gerarchia di matrice wojtyliana; in Paraguay l’imbarazzo per il presidente Fernando Lugo, ex vescovo sospeso a divinis, non potrebbe essere più esplicito. Cile e Messico stanno portando avanti politiche familiari e abortiste che rischiano di fare da modello anche ad altri paesi.
Poi c’è il grande continente africano, che la chiesa cattolica ha sempre dimostrato di avere a cuore, dove i cattolici sono oltre 150 milioni, il 17 per cento della popolazione, e per il quale è in preparazione un nuovo grande sinodo che si svolgerà a Roma dal 4 al 25 ottobre 2009, e dove il Papa si recherà nel 2009, in Camerun e in Angola. Ma l’Africa è anche il continente più fragile e a rischio per la penetrazione dell’islam radicale e, al contempo, delle sette cristiane. Barack Obama ha origini kenyote, il Kenya è stato uno dei primi paesi a festeggiare la sua elezione, ma proprio lì i pirati somali sono venuti a rapire due suore cattoliche: il simbolismo non potrebbe essere più esplicito.
Inoltre è proprio sull’Africa, oltre che sull’Asia, che le politiche di family planning, di sterilizzazione forzata, di aborto promosse da varie agenzie internazionali hanno più incidenza. Proprio contro queste politiche per l’Africa la chiesa cattolica si batte da tempo. E con questo si ritorna al tema dei possibili cambi di atteggiamento della nuova Amministrazione di Obama in sede sovrannazionale, dopo gli anni in cui Bush aveva chiuso la porta all’Onu e alle sue politiche abortiste. Per questo, c’è ovviamente molta aspettativa attorno alla nomina del nuovo ambasciatore americano all’Onu. Si sa che uno dei nomi che circolano è quello immaginifico e prestigioso di Caroline Kennedy. Una cattolica, ma questo potrebbe non costituire una garanzia.