Il fascino in caduta dei piloti a terra
In altri tempi (oggi solo per ridere si potrebbe intonare: “volare-oh-oh”), era splendida professione, meravigliosa divisa (quel doppiopetto, signora, ha visto? quei bottoni dorati, oh cara!) – sensazioni ormonali d’alta quota. Il pilota d’aereo, s’intende il pilota Alitalia, tutto il resto essendo secondario – era quanto di più vicino al cielo e quanto di più bramato da molte signorine di buona famiglia.

Così, sul sito dell’Anpac trovi un comunicato con un titolo che è direttamente concorrenziale con quelli dei liceali, pure loro protestatari: “Onda anomala, cieli anomali”. La lotta si fa dura e i piloti meno signori: una volta lì vedevi al bar dell’aeroporto, borsa nera, occhiali neri, luccichìo dorato su divisa scura, e li pensavi a Tokyo già domani sera – adesso te li ritrovi in assemblea, incazzati come tassisti e vocianti come studenti. Tanto che ora una mamma di retto sentire vede un’intera categoria sociale, dove poteva decentemente accasare la figliolanza, dileguarsi tra incertezza e maniere forti. Dopo la bella pensata di un diluvio di scioperi – da qua a Pasqua, quando l’unica resurrezione certa non è proprio quella della compagnia di bandiera – e dopo che il gioco pare sfuggito di mano, perché se un puro sempre più puro ti epura, così un pilota che sempre più in alto nella contesa pretende di volare s’incontra: la pagina è definitivamente voltata. Siccome è pur sempre divisa, anche quella di pilota generava curiosità e rispetto.
Adesso, a leggere le cronache dei prigionieri aeroportuali, piuttosto insulti che comprensione. Non che il fascino sia del tutto decaduto, anzi hanno fatto un’apposita ricerca (della rivista Marketing & tv) tra i liceali, e il mestiere di pilota è ancora quello che attira di più (almeno tre volte quello di giornalista, fatto che ben depone sulle aspettative della gioventù), ma poco sopra l’imprenditore edile (sì, insomma, il palazzinaro) e il notaio: onestamente, più soldo che sogno. Forse le cronache non rendono giustizia alle ragioni dei piloti (forse, ma forse queste ragioni non sono giustificabili), e loro animano battibecchi pure nelle lettere al Sole 24 Ore, o con Lerner su Vanity Fair. Difesa accorata, ma difesa isolata. E il Corriere racconta dei loro luoghi di vita, un’attruppata di villette con prati e “incroci ad angolo retto”, zona Axa-Casal Palocco, tra l’aeroporto e Roma, dove vivono tutti insieme, e quasi vengono in mente, nei giorni di furia che sono e che seguiranno, certi romanzi di Ballard.
C’è chi dice che vuole una Cambogia per Colaninno, e chi ha più caro il pensiero del Vietnam… Un mito in dissoluzione: quello di quando i più belli erano piloti e le più belle (quasi tutte del nord, quasi tutte di buona famiglia) hostess – e adesso che senso ha indicare il problema nella “campagna mediatica vergognosa”? Il governo precetta, i giudici indagano, qualcuno invoca un Reagan, qualcuno solo insulta. Un’altra era (ora geologica), quando Gianni Morandi faceva sceneggiati di successo indossando la divisa di pilota. Sul sito dell’Anpac c’è dilagante il leader, il comandante Berti, “ha fatto del volo la sua vita”, e le signore, “ragazze, donne, donzelle, ma l’avete notato quanto è bello?”, a lui riservano buoni apprezzamenti, “quanta luce emette!”, nientemeno, e persino il Corriere ancora ha voglia di notare lo “sguardo da fiction”. Ma ormai anche i cieli sono solo un fumante campo di battaglia, e piuttosto si ironizza su “Ernesto Che Alitalia” – e il privilegio che rendeva appetibile una categoria oggi è tramutato in insopportabilità. Da semidei a semitranvieri del cielo. E più che “Volare” torna in mente quella vecchia canzone dei Pooh, onestamente un po’ jettatoria, su un aereo che precipita, “ciò che volava in alto ormai non vola più/ e sto cadendo giù”. Tutti in buona salute, meno male – pure perché l’aereo, più che cadere giù, ormai non s’innalza più su. E un pilota a terra poco intriga e molto poco interessa.