Un'altra gauche

E ora, dopo le proteste, bisogna mettersi a “lavorare”. Basta con i “baroni, i concorsi truccati, il familismo”, sì “alla valutazione del merito, ai fondi distribuiti in base ai risultati raggiunti, a una maggiore autonomia ma anche a una responsabilità delle università”. di Alessandra Migliozzi Leggi Oltre la piazza - Leggi Si scrive manifestazione, si legge accozzaglia e guarda le foto dello sciopero a Milano - Guarda il video: "Siamo duecentomila (?)"
30 OTT 08
Ultimo aggiornamento: 01:18 | 13 AGO 20
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E ora, dopo le proteste, bisogna mettersi a “lavorare”. Basta con i “baroni, i concorsi truccati, il familismo”, sì “alla valutazione del merito, ai fondi distribuiti in base ai risultati raggiunti, a una maggiore autonomia ma anche a una responsabilità delle università”. A parlare non è il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini. Questa volta la richiesta di “cambiare” lo status quo arriva da prof. di sinistra. Anche tra i docenti e i rettori che militano nelle file dell’opposizione si sente, infatti, il bisogno di rivoluzionare il sistema universitario, estirpando i cancri che lo infettano, dai dipartimenti ammorbati dalle varie parentopoli, fino ai corsi che si moltiplicano con progressione geometrica.
A chiedere di “riformare”, c’è, ad esempio, il rettore dell’Università di Ferrara, Patrizio Bianchi (laurea nel 1976 con il professor Romano Prodi, di cui poi è rimasto stretto collaboratore, legato al Pd anche se Prodi non è più leader). Bianchi invita ad abbassare i toni (“devono farlo per primi i giornali e la politica, e anche i ragazzi, alla fine, se vedranno che si lavora per un obiettivo comune, si fermeranno”) e a cominciare un serio lavoro di riforma. “Non si può continuare ad urlare tutti insieme – spiega Bianchi al Foglio – bisogna sedersi attorno a un tavolo: è interesse dell’università e anche del ministro Gelmini”. Ma è “contro” i tagli imposti all’università dalla Finanziaria e non solo perché sono “troppi”, ma soprattutto perché sono “lineari, non tengono conto – dice – di chi lavora bene e chi lavora male, si abbattono su tutti indistintamente e si combinano con il blocco del turn-over, impedendo l’accesso all’università dei giovani”.
Tesi sostenuta ieri sulla Stampa da Luca Ricolfi, che non ha esitato a bacchettare il Pd: “La destra al governo sta facendo con la consueta ruvidezza molte cose che la sinistra stessa, magari con più garbo, avrebbe fatto se ne avesse avuto la forza, il tempo e il coraggio”. Da tutti, comunque, giunge un appello al dialogo: “Bisogna uscire da questa fase di botta e risposta – dice il rettore dell’Università di Ferrara - e dire che tutto fa schifo aiuta solo chi non vuole che l’università cambi. Le eccellenze ci sono e vanno premiate. Noi per esempio abbiamo 18.000 iscritti, un fatturato annuo di 175 milioni di euro. Con 18 spin-off, aziende nate dalle idee degli studenti, generiamo altri 170 milioni di indotto”.
Anche a fronte di questi numeri Bianchi lancia proposte: “Serve una programmazione sulle risorse di lungo periodo che permetta alle università di fare un piano di crescita e sviluppo”. E ci vorrebbe “un fondo per la ricerca molto cospicuo, a livello nazionale, con un concorso tra gli atenei per conquistare le risorse. Io non chiedo regali, né sussidi, voglio che sia valorizzata la dignità del mio lavoro, dei miei studenti, docenti e ricercatori”. Insomma, più merito, valutazione, razionalizzazione dei corsi inutili, nuove formule di reclutamento per i docenti. Sulla stessa lunghezza d’onda sembra essere Gianni Orlandi, docente della Sapienza, due volte candidato rettore, anche lui di area Pd. “La protesta è servita a far scoppiare il problema dell’università, ma da sola non basta, ora bisogna lavorare per il cambiamento. Finora Gelmini ha fatto solo delle proposte, ora bisogna concretizzare. L’università ha problemi di efficienza e qualità, serve una riforma”.
Anche Orlandi è contro il familismo e, come la Gelmini, è per “l’abolizione del valore legale del titolo di studio per incrementare la competitività tra atenei”. Ma al ministro chiede “un segnale: subito sui fondi e poi di aprire un dibattito vero. Va poi affrontata la questione del 3+2, che non ha raggiunto i suoi obiettivi, va risolto il problema dell’accesso alla docenza e delle carriere. E va premiato il merito: bastano pochi parametri per esempio quanti laureati trovano lavoro, i finanziamenti che gli atenei riescono a conquistarsi”. Un tavolo tra le parti per discutere potrebbe rappresentare una svolta. “Gelmini ha anche dei buoni consiglieri nel suo staff – conclude Bianchi – si potrebbe lavorare nell’interesse di tutti. Ma l’apertura deve essere reale”.
di Alessandra Migliozzi