Così D’Alema si prepara a dire “sì” quando il Pd lo acclamerà segretario

Sono quasi trent’anni che a questo punto della storia finisce sempre allo stesso modo. Che si chiami Pds, Ds, oppure Pd non cambia molto, perché quando il motore del maggior partito del centrosinistra comincia a ingolfarsi le chiavi finiscono sempre per litigarsele loro due: Veltroni e D’Alema.
16 OTT 08
Ultimo aggiornamento: 19:49 | 7 AGO 20
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Sono quasi trent’anni che a questo punto della storia finisce sempre allo stesso modo. Che si chiami Pds, Ds, oppure Pd non cambia molto, perché quando il motore del maggior partito del centrosinistra comincia a ingolfarsi le chiavi finiscono sempre per litigarsele loro due: Veltroni e D’Alema. Così, negli stessi giorni in cui il Partito democratico “festeggia” i suoi primi dodici mesi di interregno veltroniano, capita che oggi non ci siano più soltanto osservatori smaliziati o retroscenisti avventurosi a far notare che l’unico modo possibile per dare un futuro al Pd sia quello di mettere tutto nelle mani di D’Alema. Max per il momento se ne sta quatto quatto: si limita a occuparsi della fondazione, della tv, dell’associazione, del giornale e, a chi glielo chiede, continua a ripetere che lui, sì, nel Pd vuole dare una mano.
Certo, ma in che senso? Che intenzioni ha D’Alema? Sta pensando davvero di candidarsi alla segreteria? Sta veramente puntando a trovare un sostituto per Veltroni? Risposta: sì e sì. “Non c’è dubbio – dice il senatore del Pd Lucio D’Ubaldo, popolare e considerato molto vicino a Giuseppe Fioroni – che il giorno in cui dovesse consumarsi l’esperienza di una classe dirigente che ha provato a giocare la carta del veltronismo, il nome di D’Alema, insieme con quello di Franco Marini, tornerebbe a essere il più autorevole per il Pd”.
Oggi è difficile trovare qualcuno che nel Pd sia pronto ad ammettere – pubblicamente – che D’Alema sta preparando la sua prossima discesa in campo. Ma dall’altra parte è complicato non riconoscere come il pallino del gioco sia finito tutto nelle mani di Max. Dalla sede romana del Pd, c’è chi dice che lo schema di D’Alema non è poi così difficile da comprendere, ed è più o meno questo. “Un tempo – dice al Foglio un parlamentare democratico – pensare a D’Alema come leader del Pd significava voler sbilanciare troppo a sinistra il baricentro del partito, e un’anima troppo di sinistra alla guida del Pd avrebbe portato a una lenta e inesorabile scissione. Oggi, forse anche perché i popolari sono ormai ben rappresentati negli organi dirigenziali, pensare a D’Alema come segretario comporta un ragionamento un po’ diverso. Non è più un tabù. Il Pd ha bisogno di ordine, ha bisogno di armonizzare le sue identità e ha bisogno di una guida; e se c’è una persona che risponde a queste caratteristiche non c’è dubbio che sia Massimo D’Alema”.
Provando ad andare un po’ più a fondo nella strategia di Max, lo schema della presa dalemiana del Pd sembra essere questo. D’Alema sta investendo molte energie per creare una sorta di ticket ombra in grado di mettere insieme le due spine dorsali del partito: popolari e diessini. L’idea è quella di puntare su una coppia speculare a quella formata oggi da Veltroni e Franceschini, e nel vertice basso del suo triangolo (in cima al quale c’è Franco Marini) D’Alema ha individuato Enrico Letta. Anche se non tutti condividono questa interpretazione, con l’ex sottosegretario di Prodi il feeling è tornato a essere molto buono: gli equilibri economico finanziari determinati dal piano Cai hanno contribuito a riavvicinare D’Alema e Letta (tutti e due hanno ottimi rapporti con il mondo legato alla banca che ha fatto da advisor all’operazione Alitalia: Intesa Sanpaolo); Letta ha persino pensato di sciogliere dentro Red l’associazione di cui è presidente (360 gradi) e negli ultimi tempi sono stati segnalati pranzi sempre più frequenti tra il braccio destro di D’Alema (Matteo Orfini) e quello di Letta (Gianni Dal Moro).
Per quanto riguarda l’ultimo vertice, D’Alema punta ancora su Pierluigi Bersani. Ma a Bersani D’Alema pensa senza troppa convinzione, perché – come racconta un collaboratore dell’ex ministro – “se il Pd chiederà a D’Alema di provare a salvare la baracca, e se lo farà con insistenza come ha fatto un anno fa con Veltroni, vedrete che quel giorno Max farà come ha fatto Walter, e alla fine, seppur controvoglia, sarà costretto a dire di sì”.