United Statalism of America /2
Michael Walzer è stupefatto. Intellettuale liberal, filosofo della politica e condirettore della rivista politica Dissent, definisce “amazing”, stupefacente, che “il più destrorso dei governi americani nazionalizzi i campioni dell’economia finanziaria”. Leggi United Statalism of America /1

Michael Walzer è stupefatto. Intellettuale liberal, filosofo della politica e condirettore della rivista politica Dissent, definisce “amazing”, stupefacente, che “il più destrorso dei governi americani nazionalizzi i campioni dell’economia finanziaria”. Al piano Paulson, che è già un interventone da 700 miliardi, ieri si è aggiunta l’appendice “made in England” che è piaciuta tanto all’Europa, con l’annuncio del presidente George W. Bush di garanzie per i prestiti e di acquisto di azioni, da parte dello stato, in nove banche. La svolta statalista naturalmente non dispiace a Walzer.
“Avevamo un bisogno assoluto di una correzione socialdemocratica alla politica americana, le diseguaglianze sono molto cresciute – spiega al Foglio – Per di più il fallimento di Wall Street e delle forme più ordinarie di regolamentazione, le stesse che c’erano ai tempi di Eisenhower e che allora i repubblicani non contrastavano, dimostra che l’intervento era necessario”. Ma forse non è sufficiente. Walzer è in linea con il neo premio Nobel, Paul Krugman, e con gli economisti di sinistra che vedono nell’azione anticrisi dell’Amministrazione qualcosa che non va: “Non stanno facendo bene, ci sono correzioni che il prossimo ministro al Tesoro dovrà apportare”. Gira voce che quella poltrona potrebbe rimanere a Henry Paulson – il ministro che forse non gradisce, dice ridendo Walzer, di passare alla storia come colui che ha riportato lo stato interventista in America – pure se (o soprattutto se) dovesse vincere il candidato democratico, Barack Obama, ma queste sono, appunto, voci.
Di vero c’è che, tra Obama e il rivale John McCain, secondo Walzer l’unico presidenziabile è Obama. “Dai dibattiti abbiamo capito che il candidato repubblicano non è capace di parlare di economia. Obama invece emana fiducia: non è che abbia vinto con le argomentazioni, ma semplicemente perché ha un fare presidenziale”. I due rivali elettorali sono alle prese con i nuovi pacchetti economici: Obama ha rivalutato strumenti che fino a qualche giorno fa non gli piacevano affatto e McCain ha finalmente scelto ieri il suo “Resurgence Plan”, che si propone di utilizzare i famigerati 700 miliardi di dollari per tenere gli americani nelle loro case, stabilizzare i prezzi degli immobili e le borse e aiutare lavoratori, anziani e consumatori. Chi uscirà vincente dalle elezioni in tempo di crisi? “I miei amici che studiano i sondaggi meglio di me – dice Walzer – sostengono che Obama andasse molto meglio di McCain anche prima del crac. Ora ci sono risultati positivi pure in stati critici come Ohio e Florida. Però non sono così sicuro che Obama sia in grado di gestire la crisi quanto piuttosto che lo siano in generale i democratici. Ho sempre pensato che Barack non abbia stressato a sufficienza un semplice fatto: è il ‘candidato democratico’, e credo che sia soltanto questo ad aiutarlo in questo momento”.
I democratici lo fanno meglio, insomma. Walzer ne è convinto – pure se ha un terribile dubbio che lo tiene sveglio la notte, e che infine ci rivelerà – così come non ha esitazioni nel far emergere le contraddizioni di Obama. Se il senatore dell’Illinois fa bene “a parlare di Afghanistan ogni volta che può”, la posizione sull’Iraq – sospetta Walzer – potrebbe “non essere realistica”. La crisi finanziaria ha momentaneamente cancellato dalla campagna elettorale la politica estera, ma non può far dimenticare che “l’Afghanistan è il grande fallimento dell’Amministrazione Bush”. Obama dice che l’Iraq ha distolto Washington dalla vera sfida, quella contro i talebani, e Walzer concorda, così come concorda sulla pericolosità delle connessioni tra l’Afghanistan e il Pakistan nuclearizzato.
Sul “ritiro responsabile” da Baghdad proclamato da Obama, incece, Walzer ha qualche dubbio. “Non so bene che cosa intenda quando parla di un lasso temporale di 16 mesi, ma ho l’impressione che non sia realistico, non dal punto di vista logistico”. Spostare “300/400 mila persone” non è semplice. Ma anche questo si farà, perché con un democratico alla Casa Bianca torna l’ottimismo, i rapporti con l’Europa e il resto del mondo saranno ben più agevoli, ci si aiuterà tutti. Resta “un’ansia irrazionale”. “Tutti dicono che quel che sta succedendo faciliti i democratici – sospira Walzer – Ma io conosco la storia europea, so bene che una crisi finanziaria seria può essere un’occasione per i populisti di destra. Sono un vecchio ebreo americano, ho sempre la paura inconfessabile di ritrovarmi con una versione statunitense del fascismo”.