I leoni e i cristiani in Iraq
A Mosul i cristiani stanno bussando alle porte di conventi, monasteri, istituzioni religiose, per trovare scampo dalle squadre di killer che in due settimane hanno fatto tredici morti. Mille famiglie in fuga, case date alle fiamme, una fatta saltare in aria, secondo i racconti degli sfollati.

A Mosul i cristiani stanno bussando alle porte di conventi, monasteri, istituzioni religiose, per trovare scampo dalle squadre di killer che in due settimane hanno fatto tredici morti. Mille famiglie in fuga, case date alle fiamme, una fatta saltare in aria, secondo i racconti degli sfollati. La loro persecuzione è la prima prova per il governo di Baghdad, a cui piace dipingersi come autonomo e indipendente. Ora tocca al premier sciita con le guance quadrate, Nouri al Maliki, dimostrare se è pronto sul serio a ricevere la piena responsabilità sul paese (il mandato Onu scade fra 77 giorni). Maliki è stato seduto per due anni sulle ginocchia degli americani, ma da quando ha visto che il pericolo è diminuito – grazie ai soldati di Petraeus – è saltato giù e ha cominciato a sentirsi statista arabo, con piglio da commander in chief. A maggio ha guidato di persona le truppe a Mosul e nell’Iraq del nord contro gli ultimi gruppi di al Qaida – operazione “Ruggito del leone” – e due giorni fa ha ordinato il trasferimento urgente di mille poliziotti nell’area. Non basta ancora, con tutta evidenza, a garantire la sicurezza della comunità cristiana in Iraq, così antica e venerabile che i suoi sacerdoti ti fulminano se provi a chiamarli “missionari”, perché da quelle parti erano già ecclesia orientale quando a Roma i cristiani s’incontravano ancora sottoterra. Baghdad ruggisca più forte contro le scorrerie omicide, che forse puzzano di curderie più che di al Qaida – gli assalitori parlano un finto arabo rotto – e pure di petrolio, perché fra poco arrivano le elezioni e una minoranza in meno fa comodo.