La mia relazione con la banca

Chi pensava che non c’era avvenire per le piccole banche dovrà ricredersi. Fino a poco tempo fa, analisi e studi erano concordi: solo raggiungendo la grande dimensione gli istituti di credito avrebbero avuto la possibilità di stare sul mercato.
2 OTT 08
Ultimo aggiornamento: 21:05 | 10 AGO 20
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Chi pensava che non c’era avvenire per le piccole banche dovrà ricredersi. Fino a poco tempo fa, analisi e studi erano concordi: solo raggiungendo la grande dimensione gli istituti di credito avrebbero avuto la possibilità di stare sul mercato. Ma la tesi, alla prova dei fatti, sembra un assioma, visto il proliferare nella provincia italiana di banche locali, spesso popolari e cooperative, promosse da artigiani e piccoli imprenditori che si sentivano trascurati dai colossi creditizi. Ora anche uno studio pubblicato all’interno del tredicesimo rapporto sul sistema finanziario italiano edito dalla Fondazione Rosselli ribalta la prospettiva: la gestione del rischio – si sostiene – migliora quando più i centri decisionali sono prossimi al territorio e si può instaurare un vero rapporto di relationship banking.
Non è sicuro, però, che le banche relazionali siano anche quelle efficienti: tre recenti ricerche dimostrano come i piccoli istituti siano incapaci di centrare obiettivi di efficienza in termini di costi. Specie quando l’intreccio tra azionisti-promotori di una banca e destinatari di finanziamenti è troppo stretto. D’accordo che i gruppi creditizi, anche quelli ramificati sul territorio, hanno tempi di risposta lunghi per imprenditori alla ricerca di risposte tempestive. Ma è difficile pensare che la gestione del rischio sia migliore in banche costituite ad hoc per soddisfare esigenze di categorie particolari, come l’istituto di credito dei tabaccai o quello dei farmacisti, già attive.