L'analisi di Lodovico Festa
Da Piazza Fontana riparte un dibattito quasi lunare che tocca Lotta Continua
C’è un elemento dirimente nel comportamento di Adriano Sofri contro chi insiste sugli opportunismi della lobby di Lotta Continua: se Sofri (che peraltro credo innocente) avesse dichiarato la propria colpevolezza, non sarebbe stato per nove anni in galera. Questo fatto sgombra di per sé le questioni etiche sul suo diritto a parlare.

C’è un elemento dirimente nel comportamento di Adriano Sofri contro chi insiste sugli opportunismi della lobby di Lotta Continua: se Sofri (che peraltro credo innocente) avesse dichiarato la propria colpevolezza, non sarebbe stato per nove anni in galera. Questo fatto sgombra di per sé le questioni etiche sul suo diritto a parlare. Detto questo il dibattito su piazza Fontana e dintorni mi appare quasi lunare. Tra 1967 e il 1977 avviene di tutto: il Vietnam, il colpo di stato in Grecia, la guerra dei sei giorni e poi quella del Kippur con esplosione del prezzo del petrolio (e fine degli accordi monetari internazionali), l’invasione della Cecoslovacchia, il Cile, si preparano il colpo di stato in Polonia e l’invasione dell’Afghanistan. E così via. L’equilibrio di Yalta è sotto pressione. Campo socialista e paesi occidentali si scontrano ovunque. L’Unione sovietica, grazie anche a Jimmy Carter, va a un pelo dal conquistare supremazia globale e neutralità dell’Europa. I fattori che bloccheranno la spinta di Mosca saranno: l’accordo Washington-Pechino, il calo del prezzo del petrolio, la rivolta islamica in Iran e Afghanistan e il boom dell’informatica (con ricadute militari). Intanto i “due mondi” post Seconda guerra mondiale si affrontano con mezzi riprovevoli non solo di “una parte” (si consideri Cile e Grecia). Vale la pena però di utilizzare una categoria leniniana per dare un giudizio finale sulla sfida: i risultati prodotti da un “sistema” e dall’altro. Un operaio della Corea del sud è oggi un cittadino, un vietnamita è un semischiavo. Un giovane cileno ha diverse chance di un decente futuro, un cubano no. Le ferite nell’anima di una ragazza di Praga sono molto superiori a quelle di una coetanea di Atene.
I prodotti della lunga Guerra fredda (con punte insidiosamente calde nel decennio citato) sono di fronte agli occhi di tutti. E’ pensabile che l’accelerazione dello scontro globale di quegli anni non determinasse effetti in un paese di frontiera come l’Italia che ospitava il più grande partito comunista del mondo occidentale?
La grande rivolta giovanile, in parte molto giustificata in parte molto delirante, avviene dentro questo contesto e ne viene determinata. Oggi, come sempre quando una guerra finisce (soprattutto se non è stata combattuta fino in fondo) è sceso un qualche oblio sulle dinamiche di anni Sessanta e Settanta. Mi sembra un bene. Anche se impedisce di fare ricostruzioni convincenti che dovranno essere affidate agli storici del futuro. Certe vulgate del momento (doppio stato, stragi di stato e così via) non sono che cascami della lotta passata. E comunque ricostruzioni unilaterali: come se si descrivesse la Prima guerra mondiale parlando solo di eserciti alleati e non delle potenze centrali.
La grande rivolta giovanile, in parte molto giustificata in parte molto delirante, avviene dentro questo contesto e ne viene determinata. Oggi, come sempre quando una guerra finisce (soprattutto se non è stata combattuta fino in fondo) è sceso un qualche oblio sulle dinamiche di anni Sessanta e Settanta. Mi sembra un bene. Anche se impedisce di fare ricostruzioni convincenti che dovranno essere affidate agli storici del futuro. Certe vulgate del momento (doppio stato, stragi di stato e così via) non sono che cascami della lotta passata. E comunque ricostruzioni unilaterali: come se si descrivesse la Prima guerra mondiale parlando solo di eserciti alleati e non delle potenze centrali.
Anche i ricordi di una mia “altra vita” sono immersi in questo oblio generale. Anche se una cosa mi rammento bene: non è vero che la pista anarchica per piazza Fontana fosse stata assunta, almeno in una prima fase, solo da settori dello stato. Mi ricordo quando un vecchio comunista, il taxista Cornelio Rolandi, venne nella federazione milanese del Pci a raccontare quel che sapeva della bomba e a chiedere come comportarsi. E poi in questura identificò Pietro Valpreda. Rolandi morì alcuni anni dopo, logorato anche dalle vicende di cui era stato involontario protagonista, con la sua dignità di taxista e comunista, senza nessun legame con alcun servizio, convinto della colpevolezza di Valpreda. Nei giorni successivi al 12 dicembre un giornalista dell’Unità mi chiamò per mettersi in contatto con un comune amico che faceva parte del circolo degli anarchici del Ponte della Ghisolfa. Nel giornale del partito venivano considerati implicati nelle vicende delle bombe.
Ricordo questi casi non perché sia convinto della “pista anarchica” (ho rinunciato ad avere opinioni ferme su quegli avvenimenti) ma per richiamare la complessità di allora. I giudizi che mi restano su quel periodo, non sono dunque di merito o di tipo “etico” ma puramente politici. In particolare rimane l’ammirazione per Gianni Cervetti che in poche ore organizzò (d’intesa con Luigi Longo ma su sua iniziativa) la presenza di un vasto numero di lavoratori in piazza del Duomo su una linea che non era contro la Dc o le deviazioni dello stato ma contro qualsiasi esito da guerra civile. C’era molto togliattismo in quella scelta ma venne gestita con intelligenza e probabilmente fu decisiva per impedire che il terribile decennio successivo fosse ancora più insanguinato. Nel Pci costruito da Palmiro Togliatti conviveva la logica cominternista con una sorta di spirito gliolittiano, la volontà di riconciliare (entro certi limiti) la società italiana. E’ ormai evidente quanto l’egemonia “comunista” sulla sinistra abbia bloccato l’Italia. Non è male riflettere, però, come quel tratto giolittiano del togliattismo sia stato invece un fattore positivo e (liberato dalla strategia bolscevica) da apprezzare. Il radicalismo contro Giovanni Giolitti fu una sciagura per l’Italia, così come quello che accompagnò la denuncia della “strage di stato”, poi quello contro Bettino Craxi e infine i cascami odierni dell’antiberlusconismo.
L’Italia è stata fatta male dai Savoia, poi è andata peggio con il fascismo. La Dc ha salvato la libertà ma non ha potuto riconciliare fino in fondo la società italiana. Né è andata meglio sostituendo le camicie con le toghe nere. Piazza Fontana se ha un’attualità, che non può derivare dalla cronaca giudiziaria di anni così segnati dal contesto internazionale, è perché mette in evidenza la preziosità dei giolittiani. Ovunque si trovassero.