La breccia/2
Che cosa avrà mai voluto dire, Papa Benedetto XVI, quando a Cagliari ha detto nella sua omelia: “Maria vi renda capaci di evangelizzare il mondo del lavoro, dell’economia, della politica, che necessita di una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile”? Leggi Se il Papa auspica una nuova generazione di politici cristiani vuol dire che una fase sta finendo di Maurizio Crippa

Che cosa avrà mai voluto dire, Papa Benedetto XVI, quando a Cagliari ha detto nella sua omelia: “Maria vi renda capaci di evangelizzare il mondo del lavoro, dell’economia, della politica, che necessita di una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile”? Le circostanze di quel richiamo sono troppo solenni per ridurlo a un’allusione più o meno velata a questa o quella parte politica, o per autorizzare letture ed esegesi legate alla nostalgia per il partito dei cattolici che non c’è più. Eppure c’è chi non esita a interpretare le parole del Papa come la riprova della sua scarsa fiducia nei politici al governo, che predicano bene e magari non razzolano altrettanto bene. E c’è chi invece vede un Papa che parla a nuora perché la suocera “cattolica adulta” capisca che è finito, una volta per tutte, il tempo delle catacombe, del silenzio e dell’autoesclusione dei cattolici dall’agorà.
Poi, per fortuna, uno legge anche il discorso di Papa Ratzinger ai giovani raccolti domenica a piazza Yenne, pubblicato ieri dal’Osservatore Romano. E capisce che c’è qualcosa di diverso. C’è innanzitutto la speranza di Benedetto XVI – la stessa che animava Giovanni Paolo II – di vedere tornare i giovani cristiani al protagonismo. C’è la scommessa sulla loro capacità di evangelizzazione del mondo, a partire da “una fede sincera e profonda”. C’è un’esortazione fortissima e inequivocabile all’impegno e al protagonismo, rivolta alle generazioni che questo e il precedente Pontefice hanno imparato a conoscere nelle Giornate mondiali della gioventù, non a caso richiamate a lungo nel discorso di Cagliari. C’è una visione del futuro che scommette sulla possibilità di quelle stesse, nuove generazioni cristiane, di lasciare segni sociali e politici sulla realtà. Una chiamata alle armi della fede, che indica i campi di battaglia: il lavoro, il rifiuto degli idoli materiali, la famiglia come “antica e sacra eredità”, secondo le parole di Karol Wojtyla, una “seria formazione intellettuale e morale”. In tre parole: “Famiglia, formazione e fede”.
Troppo semplice? C’è dell’altro? L’altro sarebbe l’insoddisfazione e la sfiducia generalizzate, e magari meritate, verso questa inaffidabile classe politica? Una classe politica, a destra e a sinistra, incapace di affrontare con responsabilità e determinazione, nel rispetto dell’umano, la sfida dei temi eticamente sensibili, ovvero di temi considerati – ormai non solo dalla chiesa – decisivi nel governo delle cose del mondo? C’è chi molto almanacca sulle fatiche, nascoste e palesi, di una fase post Ruini. Una fase nella quale, con l’avvicendamento al timone della Cei, si sarebbero aperte brecce a proposte su temi, come il testamento biologico, che in altri tempi (i tempi del cardinal Ruini, appunto) sarebbero state semplicemente considerate irricevibili. Ma se la prova del nove di questo ragionamento è da cercare nelle dichiarazioni di disponibilità, da parte della chiesa, a discutere di una legge di fine vita, bisogna dire che l’esempio è mal scelto.
Monsignor Elio Sgreccia, all’epoca presidente della Pontificia accademia pro vita, in un lungo e argomentato articolo sull’Osservatore Romano datato 26 luglio 2005, scriveva che parlare di “primo passo verso l’eutanasia in relazione alla emanazione delle ‘Dichiarazioni anticipate di trattamento’, non è automatico: possono esserci disposizioni compatibili con il rispetto della vita, anzi rivolte ad un’assistenza adeguata del morente per una morte accolta con auspicabile serenità”. Il riferimento era a un parere votato nel dicembre del 2003 dal Comitato nazionale di bioetica, e sottoscritto da Sgreccia e da tutti i componenti cattolici del Cnb, nel quale si enumeravano le condizioni necessarie perché le dichiarazioni anticipate fossero bioeticamente accettabili. Le dichiarazioni del successore di Sgreccia, monsignor Rino Fisichella, su una possibile legge di fine vita, sono, insomma, in continuità netta con la linea Ruini. Fu lui che, invece di attestarsi sulla bocciatura intransigente di qualsiasi norma che regolasse la fecondazione in vitro (un male in sé, per la dottrina della chiesa), decise di andare alla guerra della legge 40, e vinse. Chi si stupisce della stessa disposizione, dialogante e battagliera, sui temi di fine vita, dimentica quella lezione.
Leggi Se il Papa auspica una nuova generazione di politici cristiani vuol dire che una fase sta finendo di Maurizio Crippa