Uno scandalo forse inevitabile
La decisione presa a Washington di nazionalizzare le due grandi agenzie specializzate in mutui immobiliari, già semipubbliche e il cui modello societario è da sempre criticato dalle culture liberiste americane, serve a evitare un danno alle famiglie e ripercussioni fortissime nei mercati globali.

La decisione presa a Washington di nazionalizzare le due grandi agenzie specializzate in mutui immobiliari, già semipubbliche e il cui modello societario è da sempre criticato dalle culture liberiste americane, serve a evitare un danno alle famiglie e ripercussioni fortissime nei mercati globali. La pubblicizzazione dei due colossi del credito immobiliare è stata apprezzata dalle banche centrali e salutata, almeno per ora, dall’euforia della Borsa, con l’ovvia eccezione dei titoli di stato americani, gravati di nuovo debito. Il senso tecnico della manovra consiste nel consolidare un disavanzo nato da una turbolenza di mercato, per evitare che si crei una catena di insolvenze assai più pesante del valore del debito stesso.
Vale la pena di riflettere sul senso politico dell’operazione, avallata pragmaticamente da quasi tutti, perfino da quei liberisti che ovviamente e comprensibilmente la definiscono come una scandalosa ingerenza statalista nella libertà del mercato.
Vale la pena di riflettere sul senso politico dell’operazione, avallata pragmaticamente da quasi tutti, perfino da quei liberisti che ovviamente e comprensibilmente la definiscono come una scandalosa ingerenza statalista nella libertà del mercato.
Lo statalismo come pianificazione o orientamento dell’economia attraverso la proprietà pubblica è altra cosa da interventi d’emergenza, variamente giustificati. Un intervento straordinario che abbia l’obiettivo esplicito di puntellare l’economia di mercato, per quanto illiberale, può risultare necessario. Per salvare l’antica Repubblica romana e le sue istituzioni senatorie si prevedeva, in tempi clamitosi, addirittura la dittatura commissaria. E, senza arrivare a tanto, la decisione straordinaria di Henry Paulson di prendere il controllo dei colossi del mutuo senza nemmeno sentire gli azionisti, per quanto sgradevole, era inevitabile (e sarà utile, aggiunge il Wall Street Journal, se alla fine della giostra porterà alla fine di quel modello di società finanziarie semipubbliche, anomalo nel panorama americano).
I liberisti non hanno mai amato Fannie e Freddie, ma i grandi capitalisti liberal sono a quanto pare rimasti intrappolati nel destino delle loro creature: tra gli azionisti “espropriati” dal Tesoro c’è la Capital Research and Management Company il cui presidente, James Rothenberg, è anche il tesoriere della società finanziaria che sorregge il grande business della sapienza e della ricerca dell’Università di Harvard. L’harvardiano Paul Krugman, l’economista e pubblicista ultrarooseveltiano ovviamente incantato dalla decisione di nazionalizzazione d’emergenza presa dall’amministrazione Bush, ora se la deve vedere con Mr. Rothenberg.