Per trattare alla pari con Mosca ci vuole “un impegno testardo”

La crisi in Georgia ci ha procurato un duro risveglio. Vedere i carri armati russi in un paese vicino proprio in occasione del quarantesimo anniversario della devastante Primavera di Praga ha mostrato quanto le tentazioni politiche di dominio siano ancora in vita. Le vecchie piaghe e divisioni vanno in suppurazione. (Nella foto Dmitri Medvedev) di David Miliband
8 SET 08
Ultimo aggiornamento: 11:43 | 6 AGO 20
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Sin dal collasso dell’Unione sovietica, è emersa la necessità di stabilire nuove regole per la conduzione delle relazioni internazionali nell’Europa centrale e dell’est e nell’Asia centrale. Le parole d’ordine sono state indipendenza ed interdipendenza, sovranità e mutua responsabilità, cooperazione e interessi comuni. Sono buone parole che hanno bisogno di essere difese.
La crisi in Georgia ci ha procurato un duro risveglio. Vedere i carri armati russi in un paese vicino proprio in occasione del quarantesimo anniversario della devastante Primavera di Praga ha mostrato quanto le tentazioni politiche di dominio siano ancora in vita. Le vecchie piaghe e divisioni vanno in suppurazione. Le istanze russe restano inconciliabili con la nuova mappa europea. Il tentativo unilaterale di ridefinire i confini geografici non rappresenta soltanto la fine del periodo post Guerra fredda, ma è anche quel momento in cui ai paesi viene richiesto di dichiarare apertamente da che parte stanno su temi sostanziali e significativi come l’essere una nazione e il diritto internazionale.
Il presidente russo, Dmitri Medvedev, ha detto di non essere preoccupato riguardo a una nuova Guerra fredda. Noi non ne vogliamo un’altra e lui ha la grande responsabilità di non cominciarne una nuova. L’Ucraina rappresenta il massimo esempio dei benefici che maturano quando un paese si fa carico del suo destino e cerca alleanze con gli altri paesi. La sua scelta non dovrebbe essere vista come una minaccia alla Russia o un atto di ostilità. Alla stessa stregua, la sua indipendenza richiede un nuovo livello di relazioni diplomatiche con la Russia, una partnership tra pari e non piuttosto un rapporto servo-padrone.
La Russia deve imparare la lezione dalla crisi georgiana: non si può tornare indietro sui principi fondamentali dell’integrità territoriale, della governabilità democratica e del diritto internazionale. La crisi delle ultime settimane ci ha mostrato quello che tutti già sapevano: la Russia può sconfiggere l’esercito georgiano. Ma oggi la Russia è più isolata, guardata con più sospetto e meno rispettata di qualche settimana fa. Ha incassato profitti militari nel breve periodo, ma nel lungo periodo patirà perdite economiche e politiche. Se davvero la Russia desidera rispetto e vuole essere influente, con tutti i benefici che ne derivano, allora c’è bisogno che cambi il suo corso.
Il premier, Vladimir Putin, ha descritto il collasso dell’Unione sovietica come “la più grande catastrofe geopolitica” del XX secolo. Non la vedo in questo modo. Molte persone del blocco dell’ex Unione sovietica o del Patto di Varsavia non la vedono in questo modo.
Sarebbe una tragedia se la Russia spendesse i prossimi vent’anni nella convinzione che questo sia il nocciolo della questione. In realtà, dal 1991 non vi è stata alcuna coltellata alle spalle. Abbiamo offerto alla Russia una cooperazione estesa con l’Unione europea e la Nato e l’appartenenza al Consiglio d’Europa e al G8. Sono stati organizzati e sviluppati incontri, meccanismi e riunioni sia dall’Unione sia dalla Nato per far sì che la Russia non fosse umiliata o minacciata, ma si sentisse pienamente inclusa. L’Europa e gli Stati Uniti hanno fornito aiuti cruciali all’economia russa quando questa ne aveva bisogno, e le aziende occidentali vi hanno realizzato investimenti di peso. La Russia ha ottenuto profitti sostanziali dalla sua reintegrazione nell’economia globale. Queste azioni cercano di promuovere la prosperità e il rispetto verso la Russia. Ma recentemente si sono scontrate con un sottile disprezzo. In realtà, la nota nera della sospensione della partecipazione russa al Trattato sulle armi convenzionali per dispetto agli uomini d’affari e i cyberattacchi contro vicini non sono buone cose. Ora abbiamo la Georgia.
La gente spesso parla di unità e chiede unità in Europa. L’azione russa ha prodotto questa unità. Unità nel chiedere il ritiro delle truppe russe dalle loro posizioni del 7 agosto; unità nel rigettare l’uso della forza come punto di partenza per ridisegnare la mappa del Caucaso; unità nel sostenere il governo democraticamente eletto della Georgia. Naturalmente la Russia può e dovrebbe poter avere interessi nei suoi vicini, ma come ogni altro paese deve guadagnarsi quell’influenza. In realtà, non compensano lo “spazio post sovietico” cui spesso si riferisce il primo ministro Putin. Il collasso dell’Unione sovietica ha creato una nuova realtà – paesi indipendenti e sovrani con loro idee e diritti da difendere.
Inoltre, la Russia ha bisogno di chiarire la sua propensione all’uso della forza per la risoluzione dei conflitti. Molti hanno sostenuto che la Russia non ha fatto nulla di diverso da quanto fece la Nato in Kosovo nel 1999, ma questo paragone non merita un’analisi seria. Lasciando da parte il fatto che la Russia spende molte energie nel sostenere all’interno delle Nazioni Unite – e ovunque – la sua posizione fermamente contraria all’“interferenza” negli affari interni se si parla di Zimbabwe o Birmania, le azioni della Nato in Kosovo sono arrivate in seguito a un sistematico e drammatico abuso dei diritti umani, culminato nella pulizia etnica su una scala che non si vedeva in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. La Nato è intervenuta in Kosovo soltanto dopo massicce negoziazioni all’interno del Consiglio di sicurezza dell’Onu e specifici appelli rivolti al dialogo per la pace. Inviati speciali misero Slobodan Milosevic al corrente delle conseguenze del suo operato scellerato. Nulla di tutto ciò può essere detto riguardo all’uso della forza da parte della Russia in Georgia.
La decisione di riconoscere l’indipendenza del Kosovo è arrivata soltanto dopo che la Russia ha reso noto che avrebbe posto il veto sulla proposta dell’inviato speciale del segretario generale dell’Onu, l’ex presidente finlandese Ahtisaari. Persino allora decidemmo di prolungare di quattro mesi i negoziati di una troika composta da Europa, Stati Uniti e Russia, al fine di assicurarci di battere tutte le strade possibili alla ricerca di un compromesso accettabile per tutte le parti. In Georgia, la Russia è passata dal sostegno per garantire l’integrità territoriale all’invasione del paese in tre settimane, e per arrivare a ciò si è basata unicamente sulla forza militare. Ora la Russia deve chiedersi quale sarà la relazione tra una vittoria militare nel breve periodo e una prosperità economica di ampio respiro. All’epoca dell’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956 o della Cecoslovacchia nel 1968, nessuno si chiese quale sarebbe stato l’impatto sul mercato russo. Allora, però, non esisteva alcun mercato russo.
Ora invece, il conflitto in Georgia è associato a un sottile abbassamento del livello di fiducia degli investitori. Le riserve per il commercio estero russo sono scese in una settimana di 16 miliardi di dollari. In un solo giorno il valore di Gazprom è precipitato della stessa cifra. I premi di rischio in Russia hanno raggiunto valori stellari. L’isolamento di Mosca non è certo fattibile. Sarebbe controproducente in quanto l’integrazione economica russa rappresenta la migliore disciplina della sua intera politica. Servirebbe soltanto a rafforzare il vittimismo che costituisce un ottimo carburante alle intolleranze di matrice nazionalistica e comprometterebbe gli interessi mondiali nel moderare la proliferazione nucleare, combattere il cambiamento climatico e stabilizzare la situazione in Afghanistan.
Ma la comunità internazionale non è impotente. Gli europei hanno bisogno del gas russo, ma Gazprom ha bisogno dei consumatori e degli investimenti europei. La realtà dell’interdipendenza fa sì che entrambe le parti abbiano la propria leva ed entrambe possano modificare i termini del commercio. Il nostro approccio deve essere quello di un impegno testardo. Il che significa rafforzare le alleanze, ribilanciare la relazione energetica con la Russia; difendere le regole delle istituzioni internazionali e rinnovare gli sforzi per trovare una soluzione ai “conflitti irrisolti”. Ed è qui che l’Ucraina è strategica. Ha legami profondi con la Russia e questi legami si basano su entrambi gli interessi nazionali. Ma l’Ucraina è anche un paese europeo. I leader ucraini hanno dichiarato la loro aspirazione a diventare membri dell’Unione europea. L’articolo 49 del Trattato dell’Unione dà a tutti i paesi europei il diritto di candidarsi. Il prospetto e la realtà dell’appartenenza europea ha rappresentato una forza per garantire la stabilità, la prosperità e la democrazia nei paesi dell’est e dovrebbe rimanere così anche in futuro. Quando l’Ucraina soddisferà i criteri europei, allora dovrà essere accettata pienamente come membro.
La relazione Ucraina-Nato non costituisce una minaccia per la Russia. Riguarda, invece, il rafforzamento dell’indipendenza e delle istituzioni democratiche ucraine, cosa di cui nel lungo periodo beneficerà la stessa Russia. Inoltre, l’Europa deve assolutamente trovare un nuovo equilibrio riguardo alle relazioni energetiche con i russi. L’Europa ha bisogno di investire nell’immagazzinamento di gas per fronteggiare possibili interruzioni. Maggiori interconnessioni tra i paesi ei mercati interni che funzionano in modo appropriato accrescerebbero la nostra resistenza. L’Unione ha bisogno di diversificare, garantire e rendere durevoli le sue forniture di gas.
L’Ue deve agire come un paese unico quando si trova a confrontarsi con paesi terzi come la Russia. Non mi scuso per aver rigettato richieste istintive per l’espulsione della Russia dal G8 o per la rottura delle relazioni Ue-Russia o Nato-Russia. Ma dobbiamo analizzare accuratamente la natura, la profondità e il respiro delle relazioni con Mosca. All’interno della Nato difenderemo gli impegni presi con i membri, e rinnoveremo la nostra determinazione nel non accettare veti russi sui futuri indirizzi dell’Alleanza atlantica.
Infine, i conflitti irrisolti che segnano la fine dell’Impero non dovrebbero essere ignorati. L’attenzione mondiale è attualmente rivolta all’Ossezia e all’Abhkazia. Ma i conflitti in Transnistria a Nagorno-Karabakh non dovrebbero essere presi sottogamba. Ognuno affonda le sue radici in tensioni etniche di vecchia data, esacerbate dal sottosviluppo economico e politico. Oggi la scelta che dobbiamo fare è chiara. Non essere sponsor di una nuova Guerra fredda, ma essere però chiari riguardo ai fondamenti di una pace durevole.
di David Miliband, ministro degli Esteri inglese
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