Un Foglio di tecnologia / 3
La Gran Bretagna sa che è triste e inutile come una birra senz’alcol. Dannato iPhone
L’amore per l’iPhone contiene un elemento autolesionista così spiccato da fare la fortuna della psicanalisi. A parte l’abbruttimento seriale che deriva dall’essere tutti cool allo stesso tempo e nello stesso modo, il divo iPhone ha il tremendo vizio di non funzionare.

L’amore per l’iPhone contiene un elemento autolesionista così spiccato da fare la fortuna della psicanalisi. A parte l’abbruttimento seriale che deriva dall’essere tutti cool allo stesso tempo e nello stesso modo, il divo iPhone ha il tremendo vizio di non funzionare. La campagna pubblicitaria diffusa in Inghilterra parla chiaro: l’iPhone permette di navigare in “tutte le parti di Internet” e i pubblicitari più chic del mondo distillano esempi a effetto. Si vede quello che si scarica la mappa per andare all’aeroporto, quello che cerca una camera vista mare, quello che per noia fruga a caso nella rete. Trovare tutto e subito dovrebbe essere la qualità non secondaria che eleva il gadget al di sopra di altri modelli che permettono scorribande nell’etere limitate e disagevoli. Invece no. Le grafiche complesse non si vedono, la visualizzazione è spesso disordinata, non molti siti risultano di fatto accessibili e anche questi arrivano in modo lento e inefficace. Uno s’immagina le cause più estreme – concorrenza sleale, interferenze aliene, segnale bloccato dai potenti della terra – invece l’iPhone fallisce perché non ha le applicazioni Flash e Java. Non si tratta di un dettaglio: è più o meno come una birra senz’alcol – come diceva Brizzi – o una sigaretta senza nicotina, prodotti del sodalizio diabolico fra chimica e politicamente corretto che rendono tristi i loro fruitori.
L’autorità inglese per il controllo della pubblicità (Asa) ha sancito l’illegittimità di una reclame infingarda che vorrebbe spacciare l’iPhone per ciò che non è. La Apple si è difesa dicendo che lo scopo dello spot è stressare la differenza con gli altri apparecchi analoghi che hanno limiti strutturali nell’accesso alla rete. La mezza verità è stata rigettata dall’Asa: “L’argomento dell’accessibilità usato da Apple – spiega la nota dell’Autorithy – implica che gli utenti possano accedere a tutti i siti e visualizzarli nella loro interezza”. La discrepanza fra promesse e offerte è evidente. Con quella sua plancia tutta da sfiorare, con quella pletora di sensori che reagiscono, pensano, trasmettono, l’iPhone convince l’utente di essere completamente on line, di poter eseguire tutto lo scibile informatico esattamente come dal computer di casa. Invece eccolo lì, l’iPhone, che si attira le simpatie di tutti gli acari di casa, dimenticato fra un vocabolario di greco e un vaso della dinastia Ming (ovviamente in copia) mentre il padrone si aggira per la vita normale con un telefono normale, di quelli che telefonano. La lamentela pubblicitaria aizzata dai consumatori inglesi è solo l’eco di un problema più complicato da gestire, quello contrattuale. In terra britannica l’imprescindibile oggetto è disponibile esclusivamente dietro la firma di un contratto di 18 mesi con il gestore telefonico. Costo: dalle 639 alle 1350 sterline (costo dell’iPhone in sé e per sé: 159 sterline). Ora, è normale che l’utente medio – che compra l’iPhone con la certezza di essere figo più degli altri, ma coltivando pur sempre la speranza di poterci cavare un briciolo di potere comunicativo in più, rimanga interdetto dallo sproposito economico. Il segnale che va e viene, i download lenti e tutte le complicazioni di cui si è parlato negli ultimi mesi, sarebbero un obolo tutto sommato pagabile. Il concorso di fattori avversi riporta la superfetazione di marca Apple alla giusta dimensione: l’iPhone è un totem, un gran simbolo di massa che tutto trita e appiattisce, che dimentica la sua funzione primaria incorrendo nell’errore che, con termine obsoleto, si chiama perversione. Nulla di immorale, certo, ma fra gli orifizi del sofisticato gadget si cerca amore, e lui, in cambio, restituisce pornografia.
L’autorità inglese per il controllo della pubblicità (Asa) ha sancito l’illegittimità di una reclame infingarda che vorrebbe spacciare l’iPhone per ciò che non è. La Apple si è difesa dicendo che lo scopo dello spot è stressare la differenza con gli altri apparecchi analoghi che hanno limiti strutturali nell’accesso alla rete. La mezza verità è stata rigettata dall’Asa: “L’argomento dell’accessibilità usato da Apple – spiega la nota dell’Autorithy – implica che gli utenti possano accedere a tutti i siti e visualizzarli nella loro interezza”. La discrepanza fra promesse e offerte è evidente. Con quella sua plancia tutta da sfiorare, con quella pletora di sensori che reagiscono, pensano, trasmettono, l’iPhone convince l’utente di essere completamente on line, di poter eseguire tutto lo scibile informatico esattamente come dal computer di casa. Invece eccolo lì, l’iPhone, che si attira le simpatie di tutti gli acari di casa, dimenticato fra un vocabolario di greco e un vaso della dinastia Ming (ovviamente in copia) mentre il padrone si aggira per la vita normale con un telefono normale, di quelli che telefonano. La lamentela pubblicitaria aizzata dai consumatori inglesi è solo l’eco di un problema più complicato da gestire, quello contrattuale. In terra britannica l’imprescindibile oggetto è disponibile esclusivamente dietro la firma di un contratto di 18 mesi con il gestore telefonico. Costo: dalle 639 alle 1350 sterline (costo dell’iPhone in sé e per sé: 159 sterline). Ora, è normale che l’utente medio – che compra l’iPhone con la certezza di essere figo più degli altri, ma coltivando pur sempre la speranza di poterci cavare un briciolo di potere comunicativo in più, rimanga interdetto dallo sproposito economico. Il segnale che va e viene, i download lenti e tutte le complicazioni di cui si è parlato negli ultimi mesi, sarebbero un obolo tutto sommato pagabile. Il concorso di fattori avversi riporta la superfetazione di marca Apple alla giusta dimensione: l’iPhone è un totem, un gran simbolo di massa che tutto trita e appiattisce, che dimentica la sua funzione primaria incorrendo nell’errore che, con termine obsoleto, si chiama perversione. Nulla di immorale, certo, ma fra gli orifizi del sofisticato gadget si cerca amore, e lui, in cambio, restituisce pornografia.