La mole di Chiamparino

La polemica del sindaco di Torino nei confronti dei vertici cittadino e regionale del suo partito non si placa. Questo significa che non si tratta di un gesto di irritazione per qualche giudizio sgradito, ma di una questione politica destinata a diventare di prima grandezza. La principale dote di Sergio Chiamparino è la lungimiranza, che gli viene riconosciuta anche dai suoi avversari interni, sostenuta da una dose non dubbia di coraggio politico. Già durante la segreteria di Achille Occhetto del Pci e poi del Pds, Chiamparino scelse, da segretario del partito torinese, la ricerca di alleanze con le aree moderate e professionali della città in polemica con la tradizione “rossa”.
15 AGO 08
Ultimo aggiornamento: 09:43 AM | 19 AGO 20
Immagine di La mole di Chiamparino
La polemica del sindaco di Torino nei confronti dei vertici cittadino e regionale del suo partito non si placa. Questo significa che non si tratta di un gesto di irritazione per qualche giudizio sgradito, ma di una questione politica destinata a diventare di prima grandezza. La principale dote di Sergio Chiamparino è la lungimiranza, che gli viene riconosciuta anche dai suoi avversari interni, sostenuta da una dose non dubbia di coraggio politico. Già durante la segreteria di Achille Occhetto del Pci e poi del Pds, Chiamparino scelse, da segretario del partito torinese, la ricerca di alleanze con le aree moderate e professionali della città in polemica con la tradizione “rossa”. Senza appoggi dal centro, anzi, diede battaglia e impose la candidatura a sindaco di Valentino Castellani, che si affermò in competizione sia con l’estrema sinistra sia con il nascente centrodestra. Non aspirava a succedere a Castellani, ma l’improvvisa e tragica morte del candidato lo proiettò sulla poltrona di sindaco, dalla quale ha gestito con perizia operazioni complesse, come le Olimpiadi invernali torinesi, e ha ottenuto poi una conferma plebiscitaria con il consenso di due torinesi su tre. Ora che si deve decidere sul candidato a succedere a lui, che ha completato i due mandati, Chiamparino sente una cattiva aria, un tentativo piuttosto evidente di proporre una sorta di “discontinuità” con le sue politiche amministrative. E’ quel che accadde anche a Bologna, quando le divisioni interne alla sinistra imposero per la successione a Walter Vitali una candidatura costruita sulla critica alle amministrazioni precedenti. Così nacque lo smacco della conquista di palazzo D’Accursio da parte del centrodestra bolognese.
E’ questo il clima che si respira ai piani alti del Partito democratico piemontese e Chiamparino, invece di contrastarlo per vie traverse, lo affronta apertamente, forte della sua popolarità personale intatta e del ruolo che gli è stato conferito a livello nazionale con l’incarico di ministro ombra per le Riforme. Quel che è in crisi è anche il meccanismo di selezione dei dirigenti all’interno del Pd, con la confusione che si è determinata tra primarie per l’indicazione di candidati a cariche istituzionali, che coinvolgono la parte attiva dell’elettorato, e quelle per incarichi di partito, con una platea di fatto ristretta alla militanza. Anche questo è un problema non solo torinese, come gli altri sollevati con lungimiranza da Chiamparino.