Berlusconi e Veltroni si (ri)studiano
Veltroni riapre il confronto con la maggioranza. Non ci sarà il clima zuccheroso dei primi giorni della legislatura, ma il Partito democratico scende dall’Aventino, sul quale per la verità non era mai salito davvero.

Veltroni riapre il confronto con la maggioranza. Non ci sarà il clima zuccheroso dei primi giorni della legislatura, ma il Partito democratico scende dall’Aventino, sul quale per la verità non era mai salito davvero. Veltroni ha incontrato il presidente del Senato Renato Schifani e preannuncia una visita a Gianfranco Fini, che d’altronde ha già pranzato con Massimo D’Alema. Il leader del Pd non può correre il rischio che il confronto passi per altre strade, tagliandolo fuori, e non può apparire equidistante tra i girotondini e il Quirinale. Berlusconi, per parte sua, ribadisce l’autosufficienza della maggioranza, rivendica il diritto del governo a dettare l’agenda, ma ha anch’egli interesse a una distensione nei rapporti con la principale opposizione, e ha colto il segnale chiaro che viene dal rifiuto di Veltroni ad appoggiare la raccolta di firme per il referendum contro l’immunità per le alte cariche. Non è stata una scelta facile, ma proprio questo le dà una valenza politica riconoscibile. Veltroni e Berlusconi hanno l’interesse comune a consolidare il sistema politico tendenzialmente bipartitico. Questo è il nucleo del “CaW”, che ambedue i protagonisti temono possa essere aggirato da varie manovre dei “coalizionisti”. Il fatto che il confronto si riapra per stato di necessità, con una buona dose di reciproche diffidenze, tutto sommato può essere un vantaggio. Gli accordi, se ci saranno, dovranno essere precisi e concreti, assunti al termine di confronti serrati e approfonditi. Veltroni non può lasciare ad altri la bandiera dell’alternativa al centrodestra, Berlusconi non può simmetricamente apparire incerto sulla realizzazione del programma. Quel che serve è solo un po’ di rispetto per l’avversario e un po’ di coerenza con le proprie idee. Poi il confronto e l’eventuale intesa sulle riforme può nascere come accordo tra avversari che rimangono tali.