D'Alema trova amici sul sistema tedesco ma il Pd resta diviso

Le due novità più significative arrivano quando il seminario sulle riforme, promosso da ben quattordici fondazioni appartenenti a un’area che va dalla sinistra radicale all’Udc, dopo quasi dieci ore di dibattito, si avvia ormai a conclusione. La prima novità è rappresentata dall’intervento di Walter Veltroni.
20 LUG 08
Ultimo aggiornamento: 06:17 | 22 AGO 20
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Dal Foglio del 15 luglio 2008
Roma. Le due novità più significative arrivano quando il seminario sulle riforme, promosso da ben quattordici fondazioni appartenenti a un’area che va dalla sinistra radicale all’Udc, dopo quasi dieci ore di dibattito, si avvia ormai a conclusione. La prima novità è rappresentata dall’intervento di Walter Veltroni, che i promotori – a cominciare dalla fondazione dalemiana ItalianiEuropei – accolgono come un’apertura. “Ci sono oggettive difficoltà sui modelli tedesco, francese, spagnolo – dice il segretario – dunque lavoriamo sui contenuti e non sulle etichette”. Ma soprattutto Veltroni definisce “assurdo” legare il dibattito sulle riforme istituzionali allo statuto del Partito democratico, dicendosi su questo pienamente d’accordo con Pier Ferdinando Casini, che nel dirlo, però, polemizzava con il veltroniano Stefano Ceccanti, sostenitore della “incompatibilità” tra il modello tedesco e lo statuto del Pd. In ogni caso, precisa il segretario, al momento le condizioni per il dialogo e per le riforme condivise non ci sono, dunque non c’è motivo di accapigliarsi sulle formule. “Il presidente del Consiglio dichiara che le riforme se le farà da solo, lo stesso dice Maroni… E allora di cosa stiamo a discutere?”.
La seconda significativa novità è rappresentata dall’intervento di Roberto Calderoli. “Questa legislatura durerà cinque anni. L’unica possibilità che s’interrompa prima è che non si facciano le riforme”, dice il ministro, che ricorda inoltre come il modello tedesco sia da sempre la prima proposta della Lega. Fermo restando, naturalmente, che bisogna intendersi sulle parole, perché “il sistema tedesco se ha un voto solo è una cosa, ma se ne ha due è una cosa completamente diversa, come il giorno e la notte”. Un intervento comunque ben diverso da quello di Fabrizio Cicchitto, che chiude nettamente all’ipotesi del sistema tedesco e richiama il Pd alla coerenza, anche a proposito di riforme regolamentari. A cominciare dall’istituzionalizzazione del governo ombra, per esempio, che al Pd non sembra star più molto a cuore, e che Casini definisce “un’assicurazione sulla vita del governo vero”.
La vera linea di frattura che emerge dal seminario, però, corre tutta all’interno del Pd. E a metterla in evidenza è proprio Ceccanti. Nel “position paper” sottoscritto dagli organizzatori, spiega dal palco, “c’è implicitamente una scelta alternativa, quella di un Pd più piccolo in voti e in seggi, che gioca spregiudicatamente la partita di alleanze post-elettorali nella convinzione che proseguire sulla strada attuale, dello statuto del Pd e del programma, nonché della omogeneità delle coalizioni programmatiche, favorisca i nostri avversari”. Una scelta che dunque deve essere affrontata “per quello che è: un serio modello alternativo di Pd e di sistema politico”. Del resto, aggiunge, “un convegno fatto il 14 luglio non si presta a una mediazione tra i giacobini e la Vandea. Trattandosi della proposta di un ritorno al pre 1993, ovviamente per me il paper sta nell’opzione Vandea, mentre una volta sola nella vita mi autoassegno quella del giacobino”.
Una posizione che allude, implicitamente, alla mai sopita polemica sul congresso, che sarebbe reso necessario da una simile divaricazione strategica. La risposta di Massimo D’Alema non tarda ad arrivare: “Vorrei dire a Ceccanti che già in Francia i giacobini ne hanno combinate parecchie, ma in Italia sono finiti presi a forconate”. Quanto al fatto che il sistema tedesco potrebbe produrre una grande coalizione, per D’Alema “questo fa parte della fisiologia della vita democratica”. Non è “un obiettivo né la norma, ma in date circostanze che si possa per un periodo collaborare non mi sembra una cosa spaventosa”.