Piazza Navona
Il day after di Repubblica contro Repubblica
"Un Bagaglino di sinistra aggravato dal turpiloquio”. Urca. “Un accesso di varie volgarità, prive di quasiasi finalità”. Caspita. Addirittura “un attacco distruttivo alla chiave di volta istituzionale della nostra democrazia” condotto attraverso gli incomprensibili meandri dell’“attacco vernacolare di Grillo a Napolitano”. Eppure il giorno prima il direttore Ezio Mauro aveva definito il “No Cav. Day” una “manifestazione non solo opportuna ma doverosa”. Clicca qui e leggi Aridatece Nanni Clicca qui e leggi Tutti in camicia, a qualcuno serviva di forza

"Un Bagaglino di sinistra aggravato dal turpiloquio”. Urca. “Un accesso di varie volgarità, prive di quasiasi finalità”. Caspita. Addirittura “un attacco distruttivo alla chiave di volta istituzionale della nostra democrazia” condotto attraverso gli incomprensibili meandri dell’“attacco vernacolare di Grillo a Napolitano”. E’ dovuto scendere in campo persino l’ottimo liberal Edmondo Berselli a dare man forte in prima pagina al cronista principe, a Filippo Ceccarelli che cercava di mettere arguto distacco e civile sdegno nel raccontare “il testacoda dell’antiberlusconismo”, il “delirio a sfondo apocalittico, sessuale, teologico e pagliaccesco” in cui è sprofondata, come Andreuccio nella latrina boccaccesca, la manifestazione di piazza Navona. Un disastro, “nulla del genere si era mai visto e ascoltato, a memoria di osservatore”, ha scritto sconsolato Ceccarelli. Il risultato, per Berselli, è stato il dramma di “gente espropriata delle sue intenzioni”. Perbacco, espropriata. Ma da chi? E’ questa la domandina magica che Repubblica, ieri, ha accuratamente evitato di porre a se stessa e ai lettori, nascondendola come spazzatura sotto il tappeto dell’indignazione delle sue firme più prestigiose.
Eppure, quell’imbarazzante “piazza evoluta e insieme eversiva” qualche padre ce l’avrebbe. E nobile. Solo il giorno prima, il direttore Ezio Mauro, dalla tv web del suo quotidiano, aveva definito il “No Cav. Day” una “manifestazione non solo opportuna ma doverosa”. E pur facendo l’elegantone, perché “un giornale non partecipa alle manifestazioni”, aveva aggiunto: “Si capisce benissimo il nostro giornale da che parte sta”. Dal primo momento aveva sposato la causa, e anzi la manifestazione era, per Mauro, “il primo segnale di ripresa” della democrazia.
Forse è un po’ comodo, il giorno dopo, fucilare gli oratori e scaricare una paternità politica che non ha bisogno della prova del Dna per essere certificata. E finché lo fa l’Unità, di dar la croce addosso a Grillo che “rovina una bella piazza”, pazienza: è il quotidiano di un partito in difficoltà. Ma dal grande quotidiano-partito dell’antiberlusconismo ci si aspetterebbe un’assunzione di responsabilità più magnanima. Il problema è che il partito di Repubblica ora è in braghe di tela. Pure il re della satira Michele Serra ha dovuto scuotere la sua Amaca e prendere le distanze (“sarei andato volontieri in piazza Navona, se avessi capito meglio contro chi era diretta”) dai comici in testacoda, e ammonire che “l’antiberlusconismo non si misura in centimetri o in ‘durezza’”. Si annuncia una scissione nel compatto partito della satira, i presentabili con Serra, gli energumeni e le ragazzacce di là?
In una sinistra ridotta a far volare gli stracci dei suoi comici, quello di un accorto moralista come Serra è un segnale.
In una sinistra ridotta a far volare gli stracci dei suoi comici, quello di un accorto moralista come Serra è un segnale.
La presa d’atto del cul de sac in cui è finita l’opposizione, dopo le sbandate che dalla nuova strada del dialogo l’avevano riportata sulla vecchia via giustizialista. Se ora Repubblica prova a riportarla in carreggiata, ripulendo la piazza dai “sequestratori delle oneste ragioni”, è anche perché qualche responsabilità ce l’ha. Dopo aver dato per mesi fiato alle trombe, rilanciato lo schema del dialogo impossibile, rispolverato il partito dei magistrati. Dopo aver fatto sponda a idee degne di Paolo Flores d’Arcais. O del “cabarettista” (Ceccarelli) Marco Travaglio, pur messo a tacere tempo fa da Beppe D’Avanzo. Ma quello era prima del “testacoda”. E adesso, per girare di nuovo la macchina, Repubblica dovrebbe prendere atto degli errori fatti. Se non vogliono finire in mezzo ad altre piazze in delirio, la prossima volta impostino il satellitare a largo Fochetti.
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