Il Cav. pronto alla guerra atomica contro gli spioni ma il decreto non è facile

Silvio Berlusconi è nel pieno dei suoi tre giorni di fuoco – da ieri, quando si favoleggiava di un Cdm di guerra che non c’è più stato, a domani quando il Cdm ci sarà – è furibondo e a Gianfranco Fini non è bastata un’ora di colloquio per calmarlo. Stasera il Cav. giocherà d’attacco in televisione.
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Ultimo aggiornamento: 03:19 | 17 AGO 20
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Roma. Le intercettazioni stanno uscendo e sono miserelle come immaginato, l’emergenza di un decreto legge sotto il quale ripararsi è di un’evidenza abbagliante. Mancano però il tempo, un calendario parlamentare adeguato e forse la voglia di azzardare lo scontro epico con Giorgio Napolitano, finora impeccabile nel garantire la propria terzietà di metodo e di giudizio. Sintesi: Silvio Berlusconi è nel pieno dei suoi tre giorni di fuoco – da ieri, quando si favoleggiava di un Cdm di guerra che non c’è più stato, a domani quando il Cdm ci sarà – è furibondo e a Gianfranco Fini non è bastata un’ora di colloquio per calmarlo. Stasera il Cav. giocherà d’attacco in televisione (in prima serata da Mentana a Matrix) ma lo farà sapendo di doversi anche difendere dagli schizzi boccacceschi delle conversazioni spiate. Schizzi anche leggendari, se è vero (ma non sembra) che il fango possa comparire su un quotidiano straniero per non far coprire di fischi la stampa nazionale. In ogni caso quello del Cav. sarà un discorso diretto agli italiani – con Gianni Letta ne discute da settimane – e un estremo atto d’accusa contro il disegno di ribaltarlo per via gossipara e giudiziaria. Nel frattempo è inevitabile che il Guardasigilli Angelino Alfano insista nel reclamare un provvedimento d’urgenza, da non escludere addirittura domani, ma sia a lui sia al premier è stato obiettato in privato quel che poi il ministro Andrea Ronchi di An (Politiche comunitarie) ha confidato ai giornalisti: “I tempi per un decreto non sembrano esserci. Il Parlamento è troppo intasato”. Da Parigi, dove era in missione europopolare per conto del Pdl, il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri spiegava: “Le condizioni ambientali per un decreto ci sono tutte, per quanto mi riguarda sono pronto a lavorare anche di notte”. Detto questo, anche Gasparri conviene: “L’ingorgo esiste, i rami del Parlamento sono occupati dal Dpef, dal ddl sulla sicurezza e da quello sui rifiuti, oltreché dal milleproroghe. Fare un decreto ora significa dover lavorare fino a metà agosto per convertirlo”.
Contestualmente, nel pranzo di ieri, Fini ha cercato di sostenere le argomentazioni del Cav. dandosi un profilo più sobrio: non si può fare un altro emendamento al decreto sulla sicurezza, questa volta Napolitano non lo firmerebbe. Al presidente del Consiglio gli alleati hanno assicurato massima severità e impegno leale nel difenderlo dalla maldicenza giornalistica e dagli attacchi dell’opposizione. Ma anche Umberto Bossi cerca di mantenere la sua Lega distante dalle fiamme di un eventuale conflitto con il Quirinale. Bossi si è convinto di aver maturato un rapporto cordiale con Napolitano e non intende sacrificarlo, semmai dovesse accadere, prima che il federalismo fiscale sia approvato con il consenso dell’opposizione.

Veltroni e Casini cercano d’isolare Di Pietro

Più in generale, l’intera maggioranza enfatizza con buon senso tattico il contegno del presidente della Repubblica. Il ministro delle Attività produttive, Altero Matteoli, loda “il comportamento corretto e imparziale di Giorgio Napolitano, sia in questa circostanza sia in generale”. La circostanza cui fa riferimento Matteoli comprende anche il via libera di Napolitano all’ingresso in Parlamento del ddl sull’immunità per le più alte cariche dello stato (il cosiddetto lodo Alfano, rivolto ai tre presidenti e al premier), un atto distensivo nella sostanza e nella scelta dei tempi, sebbene praticato con la speranza che lungo il percorso parlamentare sopraggiunga qualche aggiustamento ulteriore. Sicché il fuoco pesante del centrodestra si scarica sul vice di Napolitano nel Csm, Nicola Mancino. Ieri il coordinatore nazionale di Forza Italia, Denis Verdini, ha cominciato: “Sarebbe stato molto più credibile se, prima di rimarcare una superiorità morale che il Csm non ha, avesse avuto modo di dimostrare il rigore e la serietà con cui Palazzo dei Marescialli ha fin qui svolto il suo ruolo di autogoverno dei giudici, prima ancora di ergersi arbitrariamente a terza Camera”. Se esiste un punto di sintesi nel centrodestra, sta nella comune volontà di restare uniti nel merito della posta in gioco (la sopravvivenza del premierato berlusconiano), ma con qualche sfumatura nel metodo (fosse per il Cav. verrebbe armata l’atomica, con tanto di riforma implacabile della giustizia da mettere in calendario a settembre). Le opposizioni non stanno pregustando un futuro radioso. Dopo l’incontro di ieri tra Walter Veltroni e Pier Ferdinando Casini, Pd e Udc hanno avviato il tentativo d’isolare Antonio Di Pietro. I sondaggi dicono che il Berlusconi sotto assedio guadagna consensi pure quando rischia di perdere un po’ di faccia e qualche amico improvvisatosi moralista. Ma basterà?